CADERE NEL BUIO TROVARE LA LUCE

scintille

A volte, quando meno te lo aspetti, la vita ti può far cadere in un buco nero dal quale non hai idea di come poter uscire.
A me è capitato in senso reale quando, tanti anni fa, in Turchia sono precipitata in una grande cavità sotterranea in un’area archeologica all’interno di un campeggio. Ho raccontato l’esperienza nel post precedente a questo, che si concludeva affermando che quell’evento è stato centrale nella mia vita perché è grazie a quella caduta se nel buio mi sono trovata.
Ad altri può capitare invece di perdersi, anche per cadute meno traumatiche.

Negli anni in cui mi sono occupata di orientamento di lavoratori in mobilità ho raccolto tante storie di spirali disperanti innestate dalla perdita del posto di lavoro, continuate con crisi familiari e talvolta con il sopraggiungere di malattie, più o meno di origine psicosomatica.
Quasi sempre all’origine c’erano sentimenti di rabbiosa ingiustizia per i trattamenti ricevuti, un atteggiamento rivendicativo verso chi non prestava l’aiuto necessario, un’ossessiva ricerca dei responsabili diretti o indiretti – fino a chiamare in causa le storture del sistema capitalistico, la globalizzazzione e l’arrivo degli extracomunitari.
E più erano aspre le rivendicazioni e la rabbia, più si acuiva il malessere che annebbiava la mente, disorientava l’agire, inaspriva le relazioni…e cerca e cerca la risorsa vitale, invece di risalire si sprofondava.

Nei corsi utilizzavo spesso un testo di Gramsci, che racconta la storia di un ubriaco, caduto in un fosso (forse un rospo gli si era adagiato sul cuore), che inutilmente chiede aiuto a chi passa per tirarsi fuori, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze.
Sono parole che ho quasi imparato a mente, tante volte le ho lette o ripetute. Eppure mi risuonano sempre vitali.

È proprio quando non ti aspetti più nulla da nessuno che puoi attingere alla sorgente più limida e più profonda della tua energia e vitalità. Scoprire e attivare le risorse più preziose, che forse nemmeno sapevi di avere.

Mi piace ricordare che nella parola risorsa ci sono le radici del risorgere e della sorgente.

Viviamo giorni cupi, segnati da cronache di morte e di violenza. Eppure sono anche i giorni della liturgia pasquale, che parla con accenti diversi ai credenti, che attingono al mistero della fede e, e a chi, come me, non appartiene alla comunità dei fedeli, ma coglie nelle vibrazioni della primavera un messaggio che invita a trascende la quotidianità per alimentare la fiducia nel valore dell’impegno per un mondo migliore.
Ma come si fa ad uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore?
Sono sempre più numerose e frequenti le storie che ci raccontano di spirali di disperazione e di sfiducia che nutrono disfattismo, rinuncia ed alimentano il peggio, sulla scena privata come su quella pubblica.
Anche i miei orizzonti sono cambiati, non vivo più dell’energia positiva della passione politica e dell’impegno in prima persona, come è stato in passato. Mi animano ancora i valori della solidarietà, della libertà, della giustizia, insieme a quelli della bellezza, della gioia di vivere, del benessere. Li coniugo in maniera diversa, guardando più in piccolo, ma forse anche più in concreto.
Conosco meglio quali sono le mie risorse più vitali, so contattarle, dar loro un nome.
Amo la mia identità in divenire, che si prepara ad una nuova primavera nell’età più matura. Vorrò essere capace di continuare ad attingere alla mia luce, per rischiarare il mio cammino e sprigionare scintille che possano essere di aiuto ad altri.

Non ho ricette da vendere, ma l’esperienza della storia di vita di una che ha accettato le sfide del cambiamento, più volte è caduta, più volte si è rialzata, trovando ogni volta un po’ più se stessa, come in quella buca in Turchia.

AQUILONE VERDE E GIALLO

aquilone

 

Un aquilone giallo e verde vola nel cielo azzurro. La sua coda danza con nuvole leggere: tra gli anelli che la compongono anche qualche nota di rosso. Due fili di rafia intrecciati ancorano il cielo alla terra.
È l’immagine arrivata dal profondo e che coltivo per mobilitare la mia energia verso la primavera.
Mi sento appesantita – non solo nel corpo- e ho bisogno di slancio per esprimere il meglio di me, riconoscere e accogliere i frammenti di gioia e bellezza quotidiana che per essere colti al volo richiedono agilità e leggerezza.
Una frase mi viene incontro mentre annoiata navigo nel WEB senza un orientamento preciso: una certa dose di difficoltà è di aiuto per l’uomo: per sollevarsi gli aquiloni hanno bisogno di vento contrario e non a favore.
La mia mente si mette in moto: affiorano echi poetici, ricordi confusi, figure di tai chi. Un lavorio caotico e confuso che preannuncia un movimento interiore, che starà a me orientare e dirigere per essere coach di me stessa, verso la primavera dei miei settanta anni all’insegna dell’aquilone.
Lieta di aver trovato l’immagine che mi sosterrà nella ricerca e nel percorso, già la pesantezza acquista un altro sapore: è la forza di gravità senza la quale non ci sarebbe spinta né slancio, il vento contrario da affrontare per salire su in alto, la radice ancorata alla terra che porta linfa alle gemme che vogliono aprirsi.
Ancora non ho deciso se la vision dell’aquilone è quella che voglio per questa fase preparatoria degli ultimi sessantanni o se mi accompagnerà più avanti.
So che mi sta offrendo suggestioni utili e importanti: mi dice del mio desiderio di affidarmi al soffio mutevole del vento, lasciando andare la pretesa di tenere salda una rotta predefinita e senza sorprese. Mi invita a salire in alto, a distaccarmi dalle prospettive anguste per allargare l’orizzonte. Mi stimola a correre tenendo saldi nelle mani i fili che ben conosco, che da adolescente intrecciavo all’uncinetto per far cappelli e guadagnarmi qualche spicciolo e che oggi posso sdipanare certa della resistenza della loro fibra.
Ho ancora molto da fare per tradurre queste suggestioni in scelte, progetti ed azioni.
Sono potenti i freni della sfiducia, della diffidenza, dell’inerzia, della stanchezza, dei conformismi. Le cronache e gli scenari presenti alimentano l’amarezza disincantata e il disimpegno: brutture, ingiustizie, storture si affacciano prepotenti ed urlano ovunque.
È difficile scegliere un aquilone verde e giallo, con qualche nota rossa, per disegnarsi il futuro a quest’età.
Le scelte difficili e un po’ contro corrente mi hanno sempre stimolato.

…e se il mio aquilone evocasse un’aquila possente?

 

aquila

MEGLIO INDIGNATI

precari

Disincantati e rassegnati, eppure pieni di risorse: sono gli apprendisti in formazione nei corsi dove sto facendo lezioni in questo inverno. Le recenti norme sull’apprendistato prevedono infatti una formazione in aula differenziata per durata in relazione al precedente percorso scolastico.

Lodevole intento per i molti giovani per cui questa “porta di servizio” è stata l’unico ingresso nel mondo del lavoro. Peccato che la formazione sia strutturata in modo da apparire più un dispendioso adempimento burocratico che un’occasione di effettiva crescita civica e professionale.
Ipocrita come lo è in larga misura la dicitura stessa di “apprendistato”.
I miei incarichi prevedono docenze di “Ricostruzione delle proprie risorse professionali e “Diritto del lavoro e pari opportunità”, da sviluppare in incontri di quattro ore per due giorni o di otto ore in un giorno, naturalmente in spazi rigidi, come le tradizionali aule scolastiche, dove, se tutto va per il meglio, al massimo si possono spostare tavoli e sedie in maniera che i partecipanti si possano vedere in faccia tra loro.
Grazie alle mie “materie di insegnamento” ho potuto stimolare racconti e raccogliere storie di vita e di ordinario sfruttamento sul lavoro.

I giovani apprendisti non sono più ragazzi, la loro età oscilla tra i venti e i trenta anni, molti hanno un diploma, alcuni frequentano l’università, hanno viaggiato, hanno quasi tutti diversi anni di esperienza, talvolta di ripetuti apprendistati conclusi con l’interruzione del rapporto di lavoro, aspirano a costruirsi una famiglia, in alcuni casi sono già genitori.
Mostrano insofferenza all’idea di star seduti sui banchi otto ore al giorno per una formazione di cui non capiscono il senso, sono diffidenti ad esprimere con sincerità quello che pensano della loro condizione e quando lo fanno nelle loro parole c’è un misto di rabbia compressa e di sconsolata accettazione dello stato delle cose.

Tra me e loro, soprattutto in alcuni gruppi, si è creata una strana alchimia.
Mi presento come coach, non come prof.
Butto là che ho quasi settanta anni e intanto riempio d’energia lo spazio nel quale mi muovo. Ammetto che, sì, sono stata sindaca a Vicchio, ma intanto racconto come esempio di problem solving di come quest’estate ho riappiccicato la suola dei sandali con il chewing gum prima di un incontro professionale.
Li spiazzo quando lamentano le troppe discriminazioni di oggi invitando ognuno di loro a riflettere se gli è mai capitato di agire o pensare in maniera discriminatoria. Cito Gandhi “Sii il cambiamento che vuoi nel mondo” e gli faccio ascoltare il discorso di Steve Jobs alla Stanford University che si conclude con “Siate affamati, siate folli”
Li invito a riconoscere i loro valori più importanti. Metto una grande parola al centro della lavagna DIGNITÀ e li sfido a dire quando l’hanno sentita calpestata dentro di loro e a quando l’hanno vista riconosciuta.
Quando esco dall’aula, alle sei del pomeriggio, sono stanca, ma mi sento bene.
Riassaporo le parole di qualcuno “Mi ha fatto pensare” o “Comunque, lei è proprio brava!”. Rivedo lo sguardo e il sorriso della giovane donna che mi stringe la mano mentre mi dice “Grazie”
Penso tra me “Grazie a voi, se saprete scoprire il valore dell’indignazione e nutrire di speranza la memoria che vi ho trasmesso.

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DOPO BUSINESS COACHING

introduzione-business-coaching Sono uscita dal corso di business coaching – tappa avanzata del percorso iniziato un anno e mezzo fa – con alcune convinzioni salde:

  • ho fatto bene a investire tempo e risorse nella scuola di coaching: Lapo e Stefania sono trainer che mobilitano le energie migliori e intorno a loro si sta formando un gran bel gruppo a marchio NLP Academy, nel quale mi sento parte attiva e al tempo stesso sostenuta;
  • ho le caratteristiche per essere un’ottima coach: so ascoltare e fare domande generative, ho la curiosità e l’entusiasmo che servono per stimolare il cambiamento, mi piace scrutare e scorgere in ogni persona i tratti unici da rispettare ed affermare;
  • è appassionante aggiungere vita ai giorni e per questo il bagaglio di esperienze, incontri, relazioni, errori e lezioni che ho raccolto nel tempo costituisce un tesoro prezioso di storie di vita da condividere, perché resti fecondo e si alimenti nello scambio;
  • so guardare la mia immagine di donna matura, scorgerne debolezze e fragilità da non nascondere perché suoni forte, autentica e incoraggiante ogni mia parola di fiducia nel domani;
  • posso propormi autorevolmente sul mercato e competere senza paura: mi motiva e mi sostiene la consapevolezza di offrire caratteristiche di qualità uniche, appetibili nonostante – anzi proprio per – il mio “non avere più l’età”….e forse è proprio questo che mi fa dialogare così bene con i più giovani!

…e siccome le convinzioni potenzianti sono una molla potente: sono fermamente decisa ad affrontare l’esame l’anno prossimo, dopo aver raccolto una ricca messe di casi di successo.

Il pomeriggio conosce cose che il mattino nemmeno sospettava
(proverbio svedese)

COME MI VESTO, OGGI?

 

So chi sono, so cosa voglio dagli incontri che ho in programma oggi e so che ho proposte valide da sostenere…ma sono incerta sul vestito da indossare e soprattutto sulle scarpe da mettere.

Ieri ho lavorato nella marroneta, piovigginava e mi ha fatto piacere ritrovare per difendermi dalla pioggia il kway verde lasciato lo scorso anno. I piedi erano sicuri e asciutti dentro gli scarponi.

Oggi mi attende un colloquio con una giovane interlocutrice che non conosco, ma che so affermata e con la quale mi piacerebbe attivare una collaborazione professionale.

Devo essere autentica, piacevole, professionale e sentirmi a mio agio.
So di valere, di aver maturato una grande expertise lavorando e mettendomi in discussione e proprio per questo non devo bleffare, ma offrire un’immagine accattivante e gradevole, nonostante lo scarto generazionale e i chili di troppo.

No al look serioso del tailleur con camicia, no ai pantaloni comodi e maglietta sportiva, scelgo un tubino di maglia stampato con una gradevole fantasia, nei toni di colore che amo e che mi donano….

Ma che scarpe mi metto? I piedi –ahimè- sono la mia nota dolente: sono sempre stati tozzi e con il collo largo, ma con l’età si sono ancora allargati, l’alluce valgo si piega sempre più, hanno bisogno di sentirsi accolti e sostenuti; ma non si può mettere il tubino elegante con le ciabatte della Mephisto, per belle che siano!
Provo varie soluzioni, andando a tirar fuori anche i sandali comodi ed eleganti acquistati da Gilardini per il matrimonio di Andrea: belli, sì, ma di un bianco che stona con i toni del vestito e soprattutto “troppo” eleganti!

La soluzione si presenta improvvisa, quasi per caso: da una scatola spuntano dei vecchi sandali leggerissimi: che con un gioco di nastri intrecciati legano il piede e al tempo stesso lo lasciano libero. Il caldo arancio della pelle ben si adatta ai colori del tubino.

Ricordo che li avevo comprati, tanti anni fa, proprio in un giorno di settembre, ad Assisi, dove ero salita in un pomeriggio libero dall’aula mentre ero a Perugia per un corso e…i piedi si erano piagati perché non sopportavano di tornare dentro le scarpe chiuse dopo l’estate.

Sono contenta: ho trovato una soluzione che mi si confà e mi sento sicura.

Anche un sandalo intrecciato con un tubino elegante può essere matura libertà.

QUADERNI PER PRENDERSI CURA

QUADERNI GRUPPO

 

Quaderni per prendersi cura di sé, ma anche per trasmettere memorie e alimentare speranze, per giocare, per raccogliere parole e immagini incontrate per via, per fissare attimi o incontri da rendere memorabili… tutto questo e tanto altro sono stati per me i mercoledì d’estate al Centro Coop di Gavinana.
I pomeriggi estivi nell’afa fiorentina sono lunghi da passare, si sa. Per questo avevano chiesto anche a me di proporre delle attività da svolgere nella saletta climatizzata dei soci Coop, parzialmente isolata dal via vai dei clienti del centro commerciale, ma comunque ben in vista in fondo al corridoio centrale.
Le parole sono semi” avevo scritto una volta, per gratitudine e riconoscimento del valore che hanno per me i bellissimi quaderni che Pasquale mi regala. Perchè non provare questa semina, accanto a quella degli orti fai da te, tra oggetti volanti non identificati, idee di carta, incontri interculturali, ricette di cucina fresca e veloce?
I semi hanno cominciato a germogliare prima ancora che li buttassi.
Idee e proposte si accavallavano nella mia mente. Attingevo ad un pozzo profondo: parole e suggestioni uscivano quasi senza che ne vedessi l’origine.
Si ripeteva il continuo ininterrotto ciclo del frutto e del seme: potevo elargire con facilità fertili indicazioni perchè maturate in lunghi anni di scrittura e rilettura di “quaderni della cura di me”, di diari di bordo di esperienze collettive, di appunti di viaggio, di pensieri raccolti disordinatamente, di annotazioni varie per tema e approfondimento…e le vedevo raccogliere in terreni fertili e originare il miracolo della trasformazione fecondativa.
Proponevo semplici suggestioni evocative: si attivavano i sensi e nella stanza risuonavano voci e parole di estati lontane, arrivava il profumo dell’origano, splendevano fiori di ibisco, ci commuoveva la presenza di chi avevamo amato e non c’è più.
“Quella volta che ho visto…ascoltato…sentito…gustato…” Basta aprire i canali sensibili e attendere la risposta al richiamo. Sicuramente arriverà, non sappiamo come e da dove: è questa una conferma che ogni volta mi sorprende.
Dall’evocazione al ricordo il passo è breve: le emozioni cominciano a muoversi, trovano la strada per toccare il cuore. Non c’è da meravigliarsi se si manifestano momenti di commozione sincera, che l’accoglienza del gruppo trasforma in collante che salda le relazioni e le rende più autentiche.
Più arduo ed impegnativo si fa il lavoro di scrittura quando il rammentare impegna la testa, oltre al cuore. Il mio aiuto e le mie proposizioni diventano più precise, offrono elenchi di parole tra le quali scegliere, impegnano in uno sforzo di riflessione, provano a scandagliare angoli oscuri, invitano a mettere a fuoco aspetti rimasti in ombra, nessi e legami rimossi…
C’è poi il gioco delle risonanze. Ho trascritto e ritagliato brevi frasi d’autore, avvolgendole in minuscoli rotolini di carta, da cui invito a pescare, proprio come nelle sagre di paese alle pesche di beneficienza. Cosa provoca srotolarle e leggerle? Fanno affiorare ricordi, stimolano riflessioni o approfondimenti, suscitano interrogativi o memorie, chiedono di essere accolte nel silenzio…
Anche il mio percorso è stato un continuo procedere per risonanze: esterne ed interne.
Ho letto e riletto testi sulla scrittura creativa e sull‘autobiografia, ho fatto uso di tecniche e suggerimenti mutuati da chi da anni studia e lavora sui temi della narrazione, ma soprattutto ho lasciato libere di esprimersi le mie “voci di dentro”, mentre cercavo di captare e far vibrare quelle del gruppo, sensibilissima cassa di risonanza.
Il nostro è stato un procedere con leggerezza. Non avrebbe potuto essere diversamente per le caratteristiche stesse del luogo e del tempo dei nostri incontri. Eppure proprio questa leggerezza ci ha consentito di affarciarci su scorci impensati e di sfiorare profondità dell’anima.
Le parole a volte sgorgavano impetuose, a volte chiedevano di essere riprese con un successivo lavoro di lima e di cesello, a volte non trovavano il varco per uscire all’esterno e covavano dentro, a volte si accontentavano di essere ascoltate…e mentre le cercavamo con attenzione e con cura, si prendevano cura di noi.

LE EMOZIONI ABITANO IL CORPO

DONNA COL CAPRONE

Le emozioni, si sa, abitano il corpo. Con il nostro corpo possiamo stringere una forte alleanza per imparare ed addestrarci a viverle nella maniera migliore, assaporando ed esprimendo la loro vitalità senza consentire loro di travolgerci e di fare danni, a volte irreparabili.
Lunghi anni di eutonia mi hanno educata all‘ascolto di me, immobile o nel movimento. È così accaduto che portare e mantenere l’attenzione in un punto piuttosto che nell’altro provocasse profonde risonanze, mi portasse alla mente ricordi perduti, sciogliesse nel pianto grumi originati chi sa quando, chi sa come…
Aprire la porta all’attenzione e all’ascolto delle mie sensazioni, sospendere il giudizio, mi ha dato più consapevolezza di mille discorsi e mi ha consentito di cogliere i segnali da prendere in considerazione prima di essere travolta da un’esplosione di rabbia o da un attacco di ansia, per risollevarmi e darmi coraggio in una giornata buia.
Ho imparato a mettere in atto semplici strategie: ad ascoltare e modificare il respiro, a sdraiarmi per terra o a portare l’attenzione ai piedi per scaricare tensioni, a fare semplici movimenti che mi aiutano ad aprire torace e cuore, ad allargare le braccia e darmi lo slancio per staccarmi dalle miserie e volare, a danzare da sola lasciando che il mio corpo si riempia della musica e si muova al ritmo di cui ho bisogno al momento.
Ho trovato maestri e maestre che mi hanno accompagnata in questa ricerca, che mi hanno fatta esercitare ad osservare i fenomeni che incontravo, senza la pretesa di insegnarmi che cosa è bene fare in un caso o nell’altro, ma offrendomi delle chiavi per capire cosa era bene per me.
Avevo intuito che associare certi movimenti a specifici ricordi o immagini mentali mi aiutava a recuperare lo stato desiderato. La PNL mi ha indicato strategie e scorciatoie per ancorare determinati stati, in maniera di potervi accedere più facilmente e a modificare la rotazione delle emozioni sul nascere, per rallentarle e indirizzarle.
Quando serve, richiamo alla mente i miei luoghi mitici, gli incontri risolutivi, le esperienze straordinarie che ho vissuto, rivedo le immagini, ascolto le voci e i suoni, ri-sento nel mio corpo le sensazioni di allora…e quasi per incanto si ricrea dentro di me lo stato desiderato, con il quale meglio affrontare la prova che mi aspetta.
…avete capito che l’incontro con la balena azzurra, di cui ho scritto ieri, è la mia ancora potente che mi consente di affidarmi, calma e sicura, quando devo affrontare un’incognita grande?

BALENA AZZURRA A PORTNEUF

balena mia

Quel lungo crepuscolo in cui incontrai la balena azzurra è lontano nel tempo, ma torna presente se cerco dentro di me lo stato di una grande forza tranquilla.
Coordinavo un gruppo di “avventurosi viaggiatori” alla scoperta del Quebec e delle sue meraviglie naturalistiche.
Il giorno precedente avevamo attraversato l’estuario del San Lorenzo da Trois Pistoles a Escoumins. Una traversata di ore, pur se a bordo di un moderno traghetto. In quel tratto il San Lorenzo infatti si allarga all’abbraccio del mare e rende possibili presenze e incontri straordinari per la mescolanza delle acque dolci e salate.
Doveva essere una lunga e tranquilla tappa di trasferimento. Si trasformò nella più difficile del viaggio. Gli incidenti e i disguidi che avevano segnato la giornata culminarono con la perdita del contatto con una delle auto, a bordo della quale non c’era nessuno che conosceva l’indirizzo esatto della gite dove avevamo prenotato per la notte. Quando finalmente il gruppo si ricompattò la tensione, la stanchezza e l’irritabilità erano alle stelle. Tutti pronti ad incolpare gli altri per il malessere vissuto.
Approfittai del fatto che era prevista una sosta di due giorni dedicata ad escursioni a scelta per sbrigare una serie di formalità. Un’opportunità per regalarmi una giornata di silenzio e cura di me: il bucato, una camminata a piedi nel bosco, la raccolta dei mirtilli, due chiacchiere per conoscere un po’ più da vicino la realtà del piccolo centro e scoprire una meraviglia naturalistica sconosciuta ai più, il banco di Portneuf “fragile et précieux comme la liberté”, come recitava il piccolo opuscolo per visitatori.
Il giorno successivo ci aspettava uno degli eventi più attesi: l’escursione in battello da Tadoussac, località turistica famosa per essere la base per vedere da vicino le balene, che nel mese di luglio pascolano numerose in quella zona. Da brava coordinatrice mi ero documentata sugli orari e avevo prenotato i biglietti.
La proposta arrivò nel pomeriggio inoltrato: “Il nostro amico capitano esce al tramonto per portare una famiglia di turisti sul fiume a cercare la balena. C’è posto. Volete andare con lui?”
Avevamo conosciuto il capitano la mattina e – .da non credere! – era di poche parole e aveva una gamba di legno, proprio come il mitico Capitano Acab.
Accettai senza pensarci su, come la mia amica Titta, che come me si era regalata una giornata di sosta.
Di lì a poco eravamo sul piccolo imbarcadero dove ci aspettava non un battello, ma un grosso gommone piatto, con il quale, se avessimo avvistato la balena, sarebbe stato possibile avvicinarci senza paura di colpi allo scafo.
Indossammo i vistosi giubbotti salvagente gialli ed iniziò il lento perigrinare avanti e indietro (così mi pareva) sulle acque calme del San Lorenzo, mentre la luce piano piano diminuiva e l’aria si tingeva di rosa.
Il capitano scrutava l’orizzonte e i segni della sonda che gli indicava i movimenti sottomarini.
“La balena è imprevedibile- ci diceva- Non si muove verso una direzione precisa, ma va seguendo il cibo e i richiami che sa lei. Ora nuota a dritto, poi vira a destra o a sinistra, si immerge e sembra andare verso costa…e la vediamo riemergere al largo. Nessuno sa, quando scende, quanto a lungo resterà sottacqua. Ogni volta che usciamo per cercarla è un’avventura a sé e anche questa sera non sappiamo se potremo vederla e soprattutto avvicinarla!”
Quella fu una uscita particolarmente felice.
Più volte l’avevamo avvistata a distanza e il capitano aveva fatto manovra.
All’improvviso: “Eccola!”
Vicinissima a noi, scorgevo i segni sulla pelle della sua schiena che lentissima si incurvava. Il tempo era rallentato. Ricordo questa curva sinuosa che scorrreva scorreva scorreva…poi sprofondò dentro le acque ormai scure. Dove era passata non l’onda, ma un’acqua piatta, quasi immota se non per un pizzo bianco al bordo del velluto.
Nessuno scossone, nessuno squilibrio a bordo del gommone.
Una grande pace piena di meraviglia.
Il ritorno fu nel silenzio. I bimbi della famiglia canadese si erano addormentati, noi grandi non avevamo parole per commentare l’incontro.
Aspettammo a lungo vicino a riva, ondeggiando sul San Lorenzo, che la marea ci consentisse di attraccare.
Giganteschi camion pieni di luci intermittenti scorrevano sulla strada davanti a noi, simboli della potenza tecnologica. Noi fermi, affidati alla forza della natura che, al momento giusto, ci avrebbe accompagnati oltre il banco di sabbia “fragile e prezioso come la libertà”.
Ritornare a quell’incontro, a quel lungo crepuscolo, ancora oggi mi consente di accedere a quella forza, di sperimentare la pace dell’affidarsi, di sentirmi parte di quella pace, di quella forza…e di cercare di trasmetterla a chi oggi ne ha bisogno.

MarinaPortneuf_06-07-14

INNESTARE IL NUOVO

andrea innesta

Innestare il nuovo perchè avvenga la trasformazione che porti frutti migliori: questa è la lezione di primavera che la marroneta mi consegna.
Ho seguito ed osservato Andrea alle prese con i suoi primi innesti e, al solito, ho appreso qualcosa che va ben oltre l’evento contingente.
Il tema è quello di come cultura incontra e trasforma natura.
Si perde nella notte dei tempi il momento in cui qualcuno sperimentò la tecnica capace con un piccolo gesto di cambiare le caratteristiche selvatiche di un albero e renderlo domestico.
L’innesto è un’operazione chirurgica, il suo strumento è la lama tagliente e precisa.
Richiede le attenzioni di una sala operatoria, ma anche la conoscenza e la cura affettuosa di un vecchio amico sincero.
La mano deve essere ferma e sicura mentre impugna la sega che abbatte tutto quello che è cresciuto fino allora sopra e intorno la base scelta per l’intervento, mentre seziona e incide con la forbice e il coltello il frammento di marza con la gemma destinato ad essere inserito tra la corteccia e il legno, la dove scorre la linfa vitale.
Lo sguardo ha bisogno di essere acuto e insieme largo ed aperto: deve saper vedere differenze millimetriche e riconoscere da lontano “domestico” e “selvatico” su una stessa pianta.
Tutte le antenne della sensibilità sono necessarie per scegliere il giorno che le condizioni climatiche rendono migliore, per prevedere i rischi e mettere in atto le strategie di difesa.
L’operazione in sé è relativamente breve, ma la preparazione e la cura successiva richiedono lunghi tempi.
Vanno individuate e ripulite le basi su cui effettuare l’innesto: spesso cresciute dai polloni di un vecchio tronco o dalle radici di una base corrosa dal tempo, talvolta ricavate da un fusto di palina.
Allo spuntare delle prime gemme si tagliano le marze, giovani rami che hanno appena cominciato a legnificare, di solito nati da una drastica potatura dell’anno prima. Secchi tagli tra una gemma e l’altra definiscono poi i confini del legnetto da innesto: da una parte la gemma, dall’altra la linguetta ricavata con il coltello che sarà inserita nella base prescelta
Quando le condizioni climatiche sono favorevoli si procede all’innesto: si inseriscono uno o più legnetti gemmati tra la corteccia e il legno, si “suturano” i tagli con il mastice, si avvolge il tronco in una gabbia ricavata da grosse frasche legate strettamente in modo da svolgere la duplice funzione di contenimento e di protezione…e si aspetta.
Se tutto va bene si vedranno aprire le gemme, nascere nuove tenere foglioline, sviluppare il rametto che anno dopo anno crescerà fino a portare i suoi frutti.

Non sono diversi i processi che si mettono in atto quando il presente non ci gratifica abbastanza, non si vedono prospettive soddisfacenti per il futuro e si decide di attivare un percorso di cambiamento e arricchimento personale.
Occorrono solide radici da cui far salire e circolare la linfa: possono essere recenti o addirittura centenarie, l’importante è che sappiano cogliere il nutrimento che il terreno offre e trasformarlo in energia vitale.
Con le radici salde si può, si deve, avere la capacità di operare dei tagli che sfrondano e recidono quello che è vecchio o non funzionale e che produce frutti miseri, se non addirittura nocivi.
Il cambiamento si presenta giovane, con una storia recente… ma porta una gemma: promessa turgida e preziosa di futuri sviluppi. Si insinua fragile e sottile dove scorre sincera l’energia più vitale. Dapprima ha bisogno di protezione e di cura: si nutre, si rafforza, cresce. Produrrà nuovi frutti.

 

 

innesto

LA MIA LUCE NON MI FA PAURA

catalessi

Il percorso in PNL che ho intrapreso un anno fa con Lapo e Stefania mi ha dato tanto: ha arricchito la mia professionalità, consentendomi di affinare e integrare tante competenze che già avevo maturato nel tempo, mi ha consegnato tecniche e strumenti utili per migliorare la mia vita quotidiana e aiutare altri, mi ha regalato momenti di gioia e di allegria condivisa, mi ha consentito di incontrare persone e stringere relazioni autentiche, che hanno un grande valore in sé, indipendentemente da quanto potranno durare nel tempo…

Soprattutto mi ha insegnato che non devo aver paura della mia luce!

“Si, ebbene, si! Così, proprio così!” sono le parole che continuano a risuonare dentro di me con voce sincera e appassionata: hanno un timbro maschile o femminile, variano di volume e di intensità, si riferiscono ad esperienze che avrei ritenuto impossibili o mi incoraggiano a muovermi per raggiungere risultati desiderati ed ambiti; sempre mi incitano a osare di tirare fuori e manifestare quella energia e quel potenziale che già sono dentro di me.

Questo è il grande valore simbolico che va ben oltre l’esperienza in se stessa “impossibile” che ho vissuto con il corpo in catalessi, dritto come una tavoletta tra due sedie che lo sostenevano solo alle estremità.

Ero in uno stato di trance non molto profonda: ricordo benissimo la voce di Lapo che mi dava le istruzioni “Entra dentro di te….rilassati…senti il tuo corpo che diventa come l’acciaio…e ora, mantenendo questa sensazione, sentilo come se dei palloncini lo sollevassero…” e quella di Stefania che mi sottolineava i passaggi con suoni onomatopeici, mi incitava con il suo “Bene, così!” Intanto io percepivo con chiarezza i cambiamenti nel mio corpo: il compattarsi dei muscoli che allargava lo spazio tra la pelle e gli abiti, la lieve sollecitazione della mano di Lapo che muoveva verso l’alto la mia cintura, il farsi leggero delle mani che si staccavano dalla pancia, lo sfilare della sedia… forse si è affacciato alla mia mente anche un sorriso autoironico quando ho sentito che la rotondità adiposa della mia natica era di freno al bordo ricurvo della sedia; ma sapevo che “la cosa impossibile” era lì, si poteva fare…e che non sarei caduta!

Per questo quando poi mi sono alzata ho stretto Lapo in un abbraccio commosso, pieno di gioia e di gratitudine…anche per me stessa. Avevo saputo dar seguito al mio entusiasmo, quella voce di dentro che alla richiesta di chi voleva fare l’esperienza mi aveva fatto letteralmente saltare sulla sedia, alzando tutt’e due le braccia mentre affermavo risoluta “IO!”

Ricordo la frase di Eraclito che avevo inviato a Stefania all’inizio di questo percorso “chi non spera non troverà l’insperato: non v’è ricerca che vi conduca, né via”. Sabato scorso ho toccato l’insperato, che non sapevo cos’era: il coraggio di allargare le ali del desiderio ed esprimere un lampo della mia luce.
Lo so che con la luce prendono corpo le ombre; ma so anche che è nel dialogo tra luce ed ombre che si movimenta e acquista spessore la vita.