CADERE NEL BUIO TROVARE LA LUCE

scintille

A volte, quando meno te lo aspetti, la vita ti può far cadere in un buco nero dal quale non hai idea di come poter uscire.
A me è capitato in senso reale quando, tanti anni fa, in Turchia sono precipitata in una grande cavità sotterranea in un’area archeologica all’interno di un campeggio. Ho raccontato l’esperienza nel post precedente a questo, che si concludeva affermando che quell’evento è stato centrale nella mia vita perché è grazie a quella caduta se nel buio mi sono trovata.
Ad altri può capitare invece di perdersi, anche per cadute meno traumatiche.

Negli anni in cui mi sono occupata di orientamento di lavoratori in mobilità ho raccolto tante storie di spirali disperanti innestate dalla perdita del posto di lavoro, continuate con crisi familiari e talvolta con il sopraggiungere di malattie, più o meno di origine psicosomatica.
Quasi sempre all’origine c’erano sentimenti di rabbiosa ingiustizia per i trattamenti ricevuti, un atteggiamento rivendicativo verso chi non prestava l’aiuto necessario, un’ossessiva ricerca dei responsabili diretti o indiretti – fino a chiamare in causa le storture del sistema capitalistico, la globalizzazzione e l’arrivo degli extracomunitari.
E più erano aspre le rivendicazioni e la rabbia, più si acuiva il malessere che annebbiava la mente, disorientava l’agire, inaspriva le relazioni…e cerca e cerca la risorsa vitale, invece di risalire si sprofondava.

Nei corsi utilizzavo spesso un testo di Gramsci, che racconta la storia di un ubriaco, caduto in un fosso (forse un rospo gli si era adagiato sul cuore), che inutilmente chiede aiuto a chi passa per tirarsi fuori, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze.
Sono parole che ho quasi imparato a mente, tante volte le ho lette o ripetute. Eppure mi risuonano sempre vitali.

È proprio quando non ti aspetti più nulla da nessuno che puoi attingere alla sorgente più limida e più profonda della tua energia e vitalità. Scoprire e attivare le risorse più preziose, che forse nemmeno sapevi di avere.

Mi piace ricordare che nella parola risorsa ci sono le radici del risorgere e della sorgente.

Viviamo giorni cupi, segnati da cronache di morte e di violenza. Eppure sono anche i giorni della liturgia pasquale, che parla con accenti diversi ai credenti, che attingono al mistero della fede e, e a chi, come me, non appartiene alla comunità dei fedeli, ma coglie nelle vibrazioni della primavera un messaggio che invita a trascende la quotidianità per alimentare la fiducia nel valore dell’impegno per un mondo migliore.
Ma come si fa ad uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore?
Sono sempre più numerose e frequenti le storie che ci raccontano di spirali di disperazione e di sfiducia che nutrono disfattismo, rinuncia ed alimentano il peggio, sulla scena privata come su quella pubblica.
Anche i miei orizzonti sono cambiati, non vivo più dell’energia positiva della passione politica e dell’impegno in prima persona, come è stato in passato. Mi animano ancora i valori della solidarietà, della libertà, della giustizia, insieme a quelli della bellezza, della gioia di vivere, del benessere. Li coniugo in maniera diversa, guardando più in piccolo, ma forse anche più in concreto.
Conosco meglio quali sono le mie risorse più vitali, so contattarle, dar loro un nome.
Amo la mia identità in divenire, che si prepara ad una nuova primavera nell’età più matura. Vorrò essere capace di continuare ad attingere alla mia luce, per rischiarare il mio cammino e sprigionare scintille che possano essere di aiuto ad altri.

Non ho ricette da vendere, ma l’esperienza della storia di vita di una che ha accettato le sfide del cambiamento, più volte è caduta, più volte si è rialzata, trovando ogni volta un po’ più se stessa, come in quella buca in Turchia.

QUELLA BUCA IN TURCHIA

Ho incontrato ieri Irene, oggi donna, adolescente quando l’ho conosciuta nel viaggio in camper con amici comuni.
Il ricordo del momento cruciale della mia vita è stato inevitabile.
Era il luglio del 1985.
Avevamo percorso migliaia di chilometri, un po’ trasportati da navi traghetto, molti sulle strade bianche della Turchia, abbagliati dal sole, affascinati dall’ampiezza dei panorami e dalle meraviglie di una cultura che ci sorprendeva per la grandiosità dei monumenti antichi e il fascino essenziale delle chiese scavate nella roccia.
Quella sera eravamo tutti stanchi, dopo una lunga tappa di trasferimento, dalla Cappadocia al mare, sotto un sole torrido. Decidemmo quindi di non parcheggiare come al solito in un angolo tranquillo ai margini di una strada secondaria, ma di concederci un campeggio attrezzato.
Nella zona ce n’era uno bellissimo, segnalato da tutte le guide.
Già all’ingresso si capiva che era davvero un lusso: immerso nel verde di un boschetto su un promontorio in riva al mare. Tranquillo e molto accogliente, come gli addetti alla portineria che ci hanno indicato la disposizione dei servizi e ci hanno invitato a scegliere tra le piazzole libere quelle di nostro gradimento.
Ci piaceva l’idea di avere un vasto spazio a disposizione e di essere un po’ appartati, abbiamo percorso così quasi tutta la stradella che costeggiava il promontorio e abbiamo parcheggiato i due camper all’estremità opposta all’ingresso.
I miei amici hanno deciso di chiudere la giornata con un bel bagno in mare. Io mi sentivo troppo stanca persino per una nuotata e la sola idea di camminare sul sentiero per scendere fino all’aqua (e poi risalire!) mi faceva star male.
– Andate tranquilli! Io mi faccio una bella doccia, riposo un po’ all’ombra e comincio a preparare per la cena, così quando tornate ci facciamo un bel piatto di spaghetti.
Così mi son goduta il fresco dopo una doccia stimolante, con la pelle profumata dal sapone alla menta che mi ero portata dietro dalla prestigiosa “Officina profumo farmaceutica di Santa Maria Novella” proprio per farmi una coccola speciale se in viaggio si fosse presentato un momento di crisi.
Ricordo il frinire delle cicale, la luce che diventava più morbida, l’aria più fresca e il piacere di un tempo tutto per me a rimettere in fila le sensazioni del giorno perché mi accompagnassero a lungo nel tempo…e in effetti quei momenti si sono stampati nella mia memoria in maniera indelebile!
Mi rivedo mentre mi allontano dai camper. Indosso una maglietta bianca e un’ampia gonna blu a fiorellini bianchi e rosa. In mano ho le pentole e un barattolo con la salsa di pomodoro.
Poter usufruire di una vera cucina è un bel lusso dopo tanti giorni a far da mangiare al fornellino del camper! La zona dei servizi attrezzati è vicina all’ingresso, dall’altra parte del promontorio. Hanno già acceso le prime luci e si vede molto vicina. Non c’è bisogno di percorrere tutta la strada che fa il giro del campeggio.
Da brava cinghialotta mugellana non mi fo certo impaurire se c’è da passare attraverso un po’ d’erba alta e di sterpi. Mi incammino decisa verso la cucina.
All’improvviso, il vuoto.
La sorpresa e lo stupore mi spiazzano. Mi sembra di essere in un sogno, anzi in un incubo, come quando ad un tratto sparisce la terra sotto i piedi e si apre una voragine.
Nessun pensiero: solo la sensazione contraddittoria di precipitare velocissima e ruotare rallentata come ad una moviola con le gambe che lievitano davanti al tronco.
E poi il BIG BANG: una massa luminosa che esplode in mille stelle quando impatto per terra.
Ho ritrovato lo spazio, ma il tempo ancora non ritrova la solita dimensione dell’orologio.
Gli amici che in affanno mi hanno cercata a lungo, una volta tornati dal mare, dicono che devo essere rimasta là sotto circa tre ore. Per me un tempo indefinibille, caratterizzato dalla istantaneità del presente, con sfumate parentesi di attesa
Forse sono stata un po’ svenuta, un po’ intontita…un po’ lucidissima, curiosa ed attenta.
Dicono che nei momenti di grande pericolo l’organismo reagisce superando ogni paura. Io so che là sotto ero dolorante e sbalordita, ma con alcune solide certezze che mi davano una forza straordinaria:
– Mi voglio bene.
– Qui, ora, se non mi aiuto io non mi aiuta nessuno!
Quella stessa estate, giusto prima di partire per la Turchia, avevo partecipato ad un corso di speleologia sulle Apuane (ero avventurosa, a quei tempi…forse, in un altro modo, lo sono rimasta ancora).
Ho immediatamente ricordato le raccomandazioni che ci avevano fatto:
– Se rimanete bloccati al buio non gridate a vuoto. Questo vi fa solo bruciare ossigeno, indebolire e salire il panico. Cercate di mettervi più comodi che potete, respirate tranquilli e gridate solo se sentite qualcuno.
Mi guardavo intorno, cercando di capire cosa era successo e dove ero. Sotto di me terra fredda e sconnessa, intorno buio profondo. Solo un occhio più chiaro si apriva sopra la mia testa e lasciava intravedere il cielo…e col passare del tempo anche quello si oscurava, al sopraggiungere della notte.
Esitavo a muovermi, un po’ per il dolore, un po’ per evitare di peggiorare la situazione.
Tutt’intorno silenzio.
Poi delle voci fuori che parlano una lingua incomprensibile e la mia che mi suggerisce dentro:
– Grida ora, ti possono sentire!
– Ma come si chiede aiuto in Turchia?
– Help? Ma come si fa a gridare con un’acca che strozza la voce in gola? Io grido nella mia lingua.
– Aiuto! Aiuto!
Nessuna risposta. Le voci si allontanano. Il buio aumenta.
Di nuovo voci, rumori, le mie grida, il ritorno del silenzio.
Continuano a sostenermi le certezze scoperte quel giorno.
– Mi voglio bene. Ho fiducia in me: mi tiro fuori di qui!
Finalmente una voce che sembra rispondermi, in turco.
Il grido esce con più speranza
– Aiuto!
– Ma sei italiana? Dove sei? Non ti vedo.
– Stai attento, prendi una pila. Non so dove sono caduta.
È un miracolo o una straordinaria fortuna? Inizia il dialogo a distanza con il turco che parla italiano.
Sento altre voci…e poi una luce alle mie spalle, da un’apertura che non avevo visto.
Il mio salvatore mi sostiene. Piano piano mi accompagna verso un’uscita accessibile, percorrendo uno sconnesso percorso in salita.
Fuori si è sparsa la voce. C’è gente. Ci sono anche i miei amici che già avevano dato l’allarme per la mia scomparsa e mi stavano cercando angosciati.
Arrivo al camper sostenuta da Kudret, il mio salvatore, che si scoprirà essere figlio di un alto dirigente della Pirelli turca, vissuto in Italia per lunghi periodi e quindi capace di dialogare con noi.
C’è tanta gente intorno, forse anche un medico. Di certo mi danno un potente antidolorifico perché passi la notte. Bisogna infatti aspettare la mattina per andare a Mersin, la città dove un ortopedico mi potrà visitare.
…poi un avventuroso viaggio di ritorno: gli scozzesi con le cornamuse all’aereoporto di Adana, le “levantine” e Yldiz (che vuol dire Stella) all’ospedale italiano di Istambul, suor Giovanna, il busto con i lacci intrecciati, i formalismi di Alitalia e finalmente l’abbraccio con mio fratello Leonardo ed Emiliano bambino che sono venuti a prendermi a Fiumicino…ma questa è un’altra storia!
Da allora, nei momenti cupi, ricordo quella caduta e come proprio nel buio mi sono trovata.

AQUILONE VERDE E GIALLO

aquilone

 

Un aquilone giallo e verde vola nel cielo azzurro. La sua coda danza con nuvole leggere: tra gli anelli che la compongono anche qualche nota di rosso. Due fili di rafia intrecciati ancorano il cielo alla terra.
È l’immagine arrivata dal profondo e che coltivo per mobilitare la mia energia verso la primavera.
Mi sento appesantita – non solo nel corpo- e ho bisogno di slancio per esprimere il meglio di me, riconoscere e accogliere i frammenti di gioia e bellezza quotidiana che per essere colti al volo richiedono agilità e leggerezza.
Una frase mi viene incontro mentre annoiata navigo nel WEB senza un orientamento preciso: una certa dose di difficoltà è di aiuto per l’uomo: per sollevarsi gli aquiloni hanno bisogno di vento contrario e non a favore.
La mia mente si mette in moto: affiorano echi poetici, ricordi confusi, figure di tai chi. Un lavorio caotico e confuso che preannuncia un movimento interiore, che starà a me orientare e dirigere per essere coach di me stessa, verso la primavera dei miei settanta anni all’insegna dell’aquilone.
Lieta di aver trovato l’immagine che mi sosterrà nella ricerca e nel percorso, già la pesantezza acquista un altro sapore: è la forza di gravità senza la quale non ci sarebbe spinta né slancio, il vento contrario da affrontare per salire su in alto, la radice ancorata alla terra che porta linfa alle gemme che vogliono aprirsi.
Ancora non ho deciso se la vision dell’aquilone è quella che voglio per questa fase preparatoria degli ultimi sessantanni o se mi accompagnerà più avanti.
So che mi sta offrendo suggestioni utili e importanti: mi dice del mio desiderio di affidarmi al soffio mutevole del vento, lasciando andare la pretesa di tenere salda una rotta predefinita e senza sorprese. Mi invita a salire in alto, a distaccarmi dalle prospettive anguste per allargare l’orizzonte. Mi stimola a correre tenendo saldi nelle mani i fili che ben conosco, che da adolescente intrecciavo all’uncinetto per far cappelli e guadagnarmi qualche spicciolo e che oggi posso sdipanare certa della resistenza della loro fibra.
Ho ancora molto da fare per tradurre queste suggestioni in scelte, progetti ed azioni.
Sono potenti i freni della sfiducia, della diffidenza, dell’inerzia, della stanchezza, dei conformismi. Le cronache e gli scenari presenti alimentano l’amarezza disincantata e il disimpegno: brutture, ingiustizie, storture si affacciano prepotenti ed urlano ovunque.
È difficile scegliere un aquilone verde e giallo, con qualche nota rossa, per disegnarsi il futuro a quest’età.
Le scelte difficili e un po’ contro corrente mi hanno sempre stimolato.

…e se il mio aquilone evocasse un’aquila possente?

 

aquila

GENNAIO MESE DI GIANO

seme e germoglio

Giano era per i romani il dio bifronte, con una faccia che guardava avanti e l’altra indietro.
È un dio che parla ancora, se ci si mette in ascolto. È il dio che apre al nuovo e proprio per questo ancora ben presente al vecchio. È il dio della porta di casa, che mette in relazione e dà continuità agli spazi intimi e a quelli pubblici.

Ho passeggiato spesso in questo mese di gennaio nella bella campagna intorno a Vicchio…e Giano mi ha parlato, mostrandomi ovunque i suoi segni.
Forse è anche effetto del mutamento del clima, insolitamente tiepido, ma i segni che preannunciano l’arrivo della primavera sono tanti: giornate che si allungano, canti degli uccelli all’alba, primule e i tarassachi in fiore, campi verdi di germogli di grano. Intorno restano ben presenti i segni dell’anno passato: bacche rosseggianti, sterpi secchi ancora pieni di semi piumosi in attesa di prendere il volo, tappeti di foglie in decomposizione o ancora attaccate ai rami delle vecchie querce.

Ho sempre amato particolarmente questo periodo dell’anno, quando l’inverno è più profondo, ma la certezza che tornerà la primavera si fa tangibile.
Mi piace camminare nel freddo vento di tramontana, che stordisce i pensieri. Il corpo è vivo, il sangue scorre veloce: il contrasto tra il freddo di fuori e il calore del movimento arrossa la pelle e fa gocciolare gli umori.
Mi piace anche il pigro abbandono sotto le coperte, le chiacchiere davanti ad un fuoco acceso, una fumante tazza di cioccolata tra le mani, fantasticare e sognare ad occhi aperti con un libro tra le mani e la testa altrove.

Esterno e interno, nuovo e vecchio, speranza e memoria, luce e ombra, intimità ed impegno…
Gennaio è altalena in una terra di confine, eterno punto di svolta da cui partire per poi tornare.

C’è una apparente forte contraddizione tra l’aprire al nuovo verso il quale procedere sempre più decisi e il continuare a sentire l’attrazione del vecchio, presente ovunque; tra la voglia di cullarsi nello spazio più privato degli affetti e l’esigenza di “vita activa” in una società da cui non estraniarsi.

Gradualmente le giornate si allungano, l’invito ad uscire all’esterno si fa più pressante…Giano mi invita a non scordare la lezione di questi giorni: a sfidare il principio di non contraddizione coltivando dentro di me l’apertura al cambiamento insieme al legame con le radici, la cura dei sentimenti e delle relazioni con la passione politica e l’impegno sociale e professionale.

giano

L’ETA’ DELLA FELICITA’

mano vecchia e giovane

Un bel servizio fotografico con immagini di uomini e donne sopra i settanta anni fa mostra di sé sulle pagine on line di un importante quotidiano. Raccoglie volti sorridenti ed ironici, corpi snelli, forti, agili e dinamici, colti in luoghi o in attività in cui non si immaginerebbero dei nonni, ma piuttosto dei nipotini: piste di pattinaggio sul ghiaccio, paracadutisti, acrobati.
La didascalia afferma “Si tratta di storie ed emozioni che non hanno nulla a che fare con la fantasia e che compongono il progetto “The Age of Happiness” (“L’età della felicità“) del fotografo e giornalista Vladimir Yakovlev. Il progetto è nato per offrire una nuova percezione della vita dai 70 anni in poi”
Guardare la galleria di immagini mi ha fatto sorridere…ma mi anche messo tristezza. Non una tristezza colorata d’invidia (già ora non ho un corpo paragonabile a quelli fotografati e solo in sogno riesco a piroettare sulle punte dei piedi) e nemmeno di sarcasmo: non sono immagini di vecchi patetici che si atteggiano a giovani. Sono proprio belli, sorridenti, a loro agio e orgogliosi delle loro prestazioni. Sicuramente fieri di inviare un positivo messaggio di fiducia.
È una galleria che sembra però alimentare il mito dell’eterna giovinezza, negare la vecchiaia, che sparisce anche dal vocabolario.
La sento invece avvicinare: nel cambiamento dei ritmi biologici, nell’energia che si fa più sottile e penetrante, nel corpo che si stanca diversamente…soprattutto nel percepire la finitezza e il limite. Altri tempi rispetto a quelli in cui pensavo di cambiare il mondo e di avere davanti a me stagioni infinite!
Eppure, fuori dal mito giovanilistico, anzi proprio a partire dalla consapevolezza del tempo che passa, sento che può essere stagione di grande felicità, anche se il corpo è più stanco, appesantito, lento.

Mi dico che anch’io vorrò essere felice nei miei 70 anni (e anche in quelli dopo!) e che lo sarò se saprò accettare con gratitudine lo scorrere della vita e la prospettiva che si fa più corta.

Mi prenderò cura di me in altro modo: sarò più attenta alla misura che all’intensità del piacere, dal cibo all’ebbrezza delle sensazioni forti.
Gusterò ogni giorno con la sapienza che il tempo mi ha dato.
Osserverò con sguardo meravigliato e attento le tracce della bellezza: dei sorrisi, dei gesti, come dei panorami maestosi e delle ragnatele che brillano dopo la pioggia.
Continuerò a viaggiare con la fantasia e l’immaginazione se e quando il corpo sarà affaticato: tornerò nei luoghi che ho amato e riascolterò la musica del vento e del mare, mi farò accarezzare la pelle dall’aria secca del deserto, respirerò la luce frizzante dell’alba e mi abbandonerò al languore dei pleniluni d’estate.
Userò parole e immagini per dare forma ai pensieri e offrire alimento a chi vivrà dopo di me.
Vorrò restare un po’ folle, sorprendere e sorprendermi, con la civetteria di chi sa molto e resta ingenua.

IL CORAGGIO DEL BUONUMORE

arcobaleno su manifestazione

“La più coraggiosa decisione che prendi ogni giorno è di essere di buon umore” questa citazione di Voltaire, che ho risentito ieri sera in televisione, ha accompagnato la mia mattina.
Il turbamento per i drammatici fatti di Parigi mi ha scosso profondamente, il cielo è grigio e cupo, ho la schiena indolenzita e un cerchio che mi stringe la testa (influenza in arrivo o cervicale che contesta le troppe ore davanti al computer?), sono sola…e allora, dove attingere il coraggio per non cadere in uno stato vagamente depressivo?
Prima di tutto decidere.
Voglio davvero essere di buon umore o non sarebbe meglio, complice l’indolenzimento, giocare a fare la malata coccolandomi sotto le coperte? Ma se gioco, è perché il gioco mi piace e allora mi scappa il primo sorriso autoironico: c’è un sottile piacere nel crogiolarsi compiaciuta nel malessere…basta saperlo!
Per un po’ mi godo il calore del piumino e la sensazione umidiccia del corpo sudato. La finestra lascia filtrare poca luce grigia e gli occhi un po’ si aprono, un po’ si socchiudono a seguire immagini e fantasie. Poi il gioco mi stanca e “coraggiosamente” decido di alzarmi a cercare un buon umore un po’ più attivo e dinamico.
Entro in bagno e mi godo il piacere di vuotare vescica e intestino: che leggerezza! E così a buon mercato!
Lavarmi la faccia poi è davvero salutare: l’acqua è di per se energia vitale che lava e stimola. Se poi questo semplice gesto è accompagnato dalla consapevolezza il piacere si moltiplica.
Sono sulla strada buona. Mi affaccio a osservare il paesaggio uggioso con la volontà cosciente di andare a cercare segni che possano darmi messaggi positivi. Chi cerca trova! Intravedo le gemme sui rami dell’albero davanti alla finestra: foglie secche e in decomposizione per terra danno nutrimento alla nuova primavera che non tarderà ad arrivare. C’è poi la casina colorata dei bambini fatta da mio fratello e mi attardo a ricordare le numerose e belle scene di cui è stata protagonista, dalla costruzione da parte di un falegname improvvisato, alla scrittura in bella calligrafia dei nomi di Ernesto e Francesco sulla porta d’ingresso, alla meraviglia di un mattino di neve quando ho aperto la finestra e mi è apparsa come una immagine di favola.
È con il sorriso sulle labbra che sono passata alla fase successiva: ascolto del corpo e movimento. Ho steso il collo, allungato la schiena, avvicinato e allontanato le scapole per aprire il torace e allargare il cuore, guidata per mano dal mio respiro.
Ho iniziato quindi a scrivere, interrompendomi per seguire la diretta da Parigi, convinta che avrei ricevuto un messaggio forte. Il fatto stesso che ci fosse la manifestazione era una certezza: sono cittadina di un’Europa che sa ancora mobilitarsi per valori forti che sono nel suo DNA e nella sua storia.
Accesa la televisione, il primo cartello che ho letto diceva “L’humor est immortal”.

fiori e matite

IL PIANORO DELL’IMPERMANENZA

cielo autunnoIl chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare
Maria Zambrano

È in alto, ma non sulla vetta.
Si arriva con il fiato grosso, ma il respiro e lo spazio si aprono dopo la salita, anche se il pendio ti dice che non è ancora finita.
Giganti secolari lo abbracciano e tra le rocce attecchiscono giovani piantine, promessa di futuro.
Lo avevo individuato come il luogo in cui in un giorno (lontano…tanto lontano…) disperdere le mie ceneri.
Era allora – solo tre anni fa – molto diverso da come si presenta ora. Mi avevano colpito e affascinato gli alberi più imponenti ed antichi della marroneta, uno in particolare, che si sviluppava su tre tronchi giganteschi che partivano dalla stessa base.
Oggi non c’è più: abbattuto l’inverno scorso, a testimoniare la sua “storica” presenza restano solo alcune grosse cataste di legna.
Ieri mattina ho lavorato a lungo sul pianoro. Il cielo era grigio. Soffiava un forte vento che disperdeva in turbini le foglie che pazientemente raccoglievo con il rastrello. Ero stanca: la notte non avevo dormito bene, preoccupata per l’annunciato temporale e affaticata dal lavoro sotto la pioggerellina battente del giorno prima.
Mi sentivo come la protagonista di una fiaba, che deve affrontare una prova difficile, che si complica ad ogni passaggio.
Il mio compito era quello di ramazzare foglie e detriti, di raccoglierli perché non siano d’ostacolo alla raccolta dei marroni e di ammassarli in maniera ordinata facendo attenzione a non ostacolare lo scorrere delle acque piovane. A dirlo sembra abbastanza facile…Non c’è solo la fatica del braccio che movimenta masse di materiale via via crescente; l’occhio e lo sguardo devono leggere pieghe e segni del terreno per individuare la direzione del moto e – soprattutto- il luogo dove disegnare con le “relle” le lineee lunghe e sottili o più spesse e massicce lungo le quali compattare i detriti.
Impercettibilmente la sottile inquietudine, la fatica, la stanchezza hanno lasciato il posto ad una grande pace.
Il pianoro mi parlava. Mi diceva che un poco alla volta, con lucidità e determinazione, si realizza il cambiamento. Mi incoraggiava ad impegnarmi per renderlo più pulito ed accogliente, sapendo che sarebbe stato per una breve stagione, ma che valeva la pena. Mi ricordava con voce dolce che devo morire e apprezzare ogni momento di vita. Mi invitava ad osservare tanti segni di durata e di trasformazione, di conflitti e di pacificazioni. Mi faceva sentire minuscola e gigantesca, affaticata e forte.
Nella mia mente si affacciavano ricordi di studi e di letture, immagini e fantasie. Soprattutto si acutizzava l‘ascolto di quanto vibrava intorno a me e le sue profonde risonanze.

LA FENICE

padre e figlio

La marroneta de La Fenice è diventata per me il luogo simbolo della rigenerazione e della fiducia nel futuro, anche nei momenti più difficili.
Conoscevo le marronete del nostro Appennino e mi erano sempre apparse luoghi incantati. Quando sono stata sindaca di Vicchio ho cominciato a capire meglio il valore non solo ambientale, ma sociale ed economico del marrone per territorio mugellano e ho cercato di promuoverlo.
È stata però l’esperienza diretta, maturata in questi ultimi anni, che mi ha consentito di coglierne lo staordinario potere per lo sviluppo della mia crescita personale e di autentica rigenerazione.
Ho trascorso molte giornate a lavorare con Andrea e Valentina. Ho faticato molto, anche in condizioni non facili: al caldo infastidita dai tafani o sotto la pioggia stando attenta a non scivolare in un ripido fosso. Ho vissuto anche momenti gioiosi, come quando il bosco regala funghi a volontà o quando si allarga il cuore alla vista di una bellezza nota che sorprende improvvisa o quando ho visto sorgere tutta per me una straordinaria luna piena in una notte d’agosto.
Anche grazie al lavoro fisico ho trovato un rapporto nuovo con il mio corpo, sempre presente a me. Ho ascoltato attraverso i piedi il contatto con la terra, ho guardato il divenire che il cielo racconta e assaporato il gusto dell’ equilibrio in movimenti insoliti…ho ritrovato lo sguardo limpido e l’orecchio sensibile che i lunghi anni di vita nelle stanze avevano appannato.
Grazie alla marroneta quindi per avermi offerto un’occasione di scoperta della vitalità del mio corpo, ma grazie soprattutto per le straordinarie lezioni che mi ha dato.
Imparare da anziana operazioni e gesti che mai avrei pensato di fare mi ha dato la soddisfazione di cimentarmi in campi nuovi e insieme mi ha consentito di trovare conferme concrete, fisiche, a tante idee appena sfiorate o maturate nel tempo.
La “lezione dell’ombra” che ho pubblicato in questo blog ne è un esempio: sapevo bene che lo spessore della vita ha bisogno di ombre; ma solo nella marroneta ho vissuto l’esperienza di toccare con tutti i sensi la relazione diretta, immediata, tra il primo raggio di sole e la comparsa delle ombre…e la vitalità, lo spessore, il movimento che acquista la scena: proprio quella che fa differenza tra incanto e realtà!
Le lezioni sono quotidiane e prima o poi forse le raccoglierò in maniera organica: accendere il fuoco in differenti condizioni, canalizzare l’energia verso l’alto tagliando i polloni, servirsi della forza di gravità per alleggerire la fatica, riconoscere il “selvatico” e il “domestico” (o “gentile”!), apprezzare le diversità e stabilire relazioni uniche, individuali,  anche con i gli alberi…
Confidare nella rigenerazione è però la lezione più importante e passa per l’accoglienza dei traumi e dei momenti più cupi.
La marroneta racconta storie terribili: alberi abbattuti dal fulmine e bruciati dal fuoco, rami stroncati dal vento, terre scoscese consumate dall’acqua fino a mostrare le ossa di pietra, parassiti arrivati da lontano che succhiano la linfa e trasformano rami rigogliosi in stecchi rinsecchiti; ma dice anche che nella perenne trasformazione c’è una straordinaria capacità di ricerca di nuovi equilibri, che l’humus prodotto dal disfacimento di quanto c’era prima diventa nutrimento per un domani che nessuno può dire che forma avrà, ma per il quale merita di lavorare fiduciosi.
Quest’anno il raccolto sarà drammatico: il cinipide (l’insetto venuto dalla Cina) ha minato la vitalità delle piante, la pioggia e l’estate spenta non hanno fatto gonfiare i pochi ricci attecchiti.
Eppure ogni giorno si va a prendersi cura del bosco, a tagliare le erbacce, a pulire i fossi, a riparare le stade: tocca a noi, oggi, testimoniare con atti concreti la fiducia nel futuro delle nostre montagne.

COME MI VESTO, OGGI?

 

So chi sono, so cosa voglio dagli incontri che ho in programma oggi e so che ho proposte valide da sostenere…ma sono incerta sul vestito da indossare e soprattutto sulle scarpe da mettere.

Ieri ho lavorato nella marroneta, piovigginava e mi ha fatto piacere ritrovare per difendermi dalla pioggia il kway verde lasciato lo scorso anno. I piedi erano sicuri e asciutti dentro gli scarponi.

Oggi mi attende un colloquio con una giovane interlocutrice che non conosco, ma che so affermata e con la quale mi piacerebbe attivare una collaborazione professionale.

Devo essere autentica, piacevole, professionale e sentirmi a mio agio.
So di valere, di aver maturato una grande expertise lavorando e mettendomi in discussione e proprio per questo non devo bleffare, ma offrire un’immagine accattivante e gradevole, nonostante lo scarto generazionale e i chili di troppo.

No al look serioso del tailleur con camicia, no ai pantaloni comodi e maglietta sportiva, scelgo un tubino di maglia stampato con una gradevole fantasia, nei toni di colore che amo e che mi donano….

Ma che scarpe mi metto? I piedi –ahimè- sono la mia nota dolente: sono sempre stati tozzi e con il collo largo, ma con l’età si sono ancora allargati, l’alluce valgo si piega sempre più, hanno bisogno di sentirsi accolti e sostenuti; ma non si può mettere il tubino elegante con le ciabatte della Mephisto, per belle che siano!
Provo varie soluzioni, andando a tirar fuori anche i sandali comodi ed eleganti acquistati da Gilardini per il matrimonio di Andrea: belli, sì, ma di un bianco che stona con i toni del vestito e soprattutto “troppo” eleganti!

La soluzione si presenta improvvisa, quasi per caso: da una scatola spuntano dei vecchi sandali leggerissimi: che con un gioco di nastri intrecciati legano il piede e al tempo stesso lo lasciano libero. Il caldo arancio della pelle ben si adatta ai colori del tubino.

Ricordo che li avevo comprati, tanti anni fa, proprio in un giorno di settembre, ad Assisi, dove ero salita in un pomeriggio libero dall’aula mentre ero a Perugia per un corso e…i piedi si erano piagati perché non sopportavano di tornare dentro le scarpe chiuse dopo l’estate.

Sono contenta: ho trovato una soluzione che mi si confà e mi sento sicura.

Anche un sandalo intrecciato con un tubino elegante può essere matura libertà.

QUADERNI PER PRENDERSI CURA

QUADERNI GRUPPO

 

Quaderni per prendersi cura di sé, ma anche per trasmettere memorie e alimentare speranze, per giocare, per raccogliere parole e immagini incontrate per via, per fissare attimi o incontri da rendere memorabili… tutto questo e tanto altro sono stati per me i mercoledì d’estate al Centro Coop di Gavinana.
I pomeriggi estivi nell’afa fiorentina sono lunghi da passare, si sa. Per questo avevano chiesto anche a me di proporre delle attività da svolgere nella saletta climatizzata dei soci Coop, parzialmente isolata dal via vai dei clienti del centro commerciale, ma comunque ben in vista in fondo al corridoio centrale.
Le parole sono semi” avevo scritto una volta, per gratitudine e riconoscimento del valore che hanno per me i bellissimi quaderni che Pasquale mi regala. Perchè non provare questa semina, accanto a quella degli orti fai da te, tra oggetti volanti non identificati, idee di carta, incontri interculturali, ricette di cucina fresca e veloce?
I semi hanno cominciato a germogliare prima ancora che li buttassi.
Idee e proposte si accavallavano nella mia mente. Attingevo ad un pozzo profondo: parole e suggestioni uscivano quasi senza che ne vedessi l’origine.
Si ripeteva il continuo ininterrotto ciclo del frutto e del seme: potevo elargire con facilità fertili indicazioni perchè maturate in lunghi anni di scrittura e rilettura di “quaderni della cura di me”, di diari di bordo di esperienze collettive, di appunti di viaggio, di pensieri raccolti disordinatamente, di annotazioni varie per tema e approfondimento…e le vedevo raccogliere in terreni fertili e originare il miracolo della trasformazione fecondativa.
Proponevo semplici suggestioni evocative: si attivavano i sensi e nella stanza risuonavano voci e parole di estati lontane, arrivava il profumo dell’origano, splendevano fiori di ibisco, ci commuoveva la presenza di chi avevamo amato e non c’è più.
“Quella volta che ho visto…ascoltato…sentito…gustato…” Basta aprire i canali sensibili e attendere la risposta al richiamo. Sicuramente arriverà, non sappiamo come e da dove: è questa una conferma che ogni volta mi sorprende.
Dall’evocazione al ricordo il passo è breve: le emozioni cominciano a muoversi, trovano la strada per toccare il cuore. Non c’è da meravigliarsi se si manifestano momenti di commozione sincera, che l’accoglienza del gruppo trasforma in collante che salda le relazioni e le rende più autentiche.
Più arduo ed impegnativo si fa il lavoro di scrittura quando il rammentare impegna la testa, oltre al cuore. Il mio aiuto e le mie proposizioni diventano più precise, offrono elenchi di parole tra le quali scegliere, impegnano in uno sforzo di riflessione, provano a scandagliare angoli oscuri, invitano a mettere a fuoco aspetti rimasti in ombra, nessi e legami rimossi…
C’è poi il gioco delle risonanze. Ho trascritto e ritagliato brevi frasi d’autore, avvolgendole in minuscoli rotolini di carta, da cui invito a pescare, proprio come nelle sagre di paese alle pesche di beneficienza. Cosa provoca srotolarle e leggerle? Fanno affiorare ricordi, stimolano riflessioni o approfondimenti, suscitano interrogativi o memorie, chiedono di essere accolte nel silenzio…
Anche il mio percorso è stato un continuo procedere per risonanze: esterne ed interne.
Ho letto e riletto testi sulla scrittura creativa e sull‘autobiografia, ho fatto uso di tecniche e suggerimenti mutuati da chi da anni studia e lavora sui temi della narrazione, ma soprattutto ho lasciato libere di esprimersi le mie “voci di dentro”, mentre cercavo di captare e far vibrare quelle del gruppo, sensibilissima cassa di risonanza.
Il nostro è stato un procedere con leggerezza. Non avrebbe potuto essere diversamente per le caratteristiche stesse del luogo e del tempo dei nostri incontri. Eppure proprio questa leggerezza ci ha consentito di affarciarci su scorci impensati e di sfiorare profondità dell’anima.
Le parole a volte sgorgavano impetuose, a volte chiedevano di essere riprese con un successivo lavoro di lima e di cesello, a volte non trovavano il varco per uscire all’esterno e covavano dentro, a volte si accontentavano di essere ascoltate…e mentre le cercavamo con attenzione e con cura, si prendevano cura di noi.