IL PIANORO DELL’IMPERMANENZA

cielo autunnoIl chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare
Maria Zambrano

È in alto, ma non sulla vetta.
Si arriva con il fiato grosso, ma il respiro e lo spazio si aprono dopo la salita, anche se il pendio ti dice che non è ancora finita.
Giganti secolari lo abbracciano e tra le rocce attecchiscono giovani piantine, promessa di futuro.
Lo avevo individuato come il luogo in cui in un giorno (lontano…tanto lontano…) disperdere le mie ceneri.
Era allora – solo tre anni fa – molto diverso da come si presenta ora. Mi avevano colpito e affascinato gli alberi più imponenti ed antichi della marroneta, uno in particolare, che si sviluppava su tre tronchi giganteschi che partivano dalla stessa base.
Oggi non c’è più: abbattuto l’inverno scorso, a testimoniare la sua “storica” presenza restano solo alcune grosse cataste di legna.
Ieri mattina ho lavorato a lungo sul pianoro. Il cielo era grigio. Soffiava un forte vento che disperdeva in turbini le foglie che pazientemente raccoglievo con il rastrello. Ero stanca: la notte non avevo dormito bene, preoccupata per l’annunciato temporale e affaticata dal lavoro sotto la pioggerellina battente del giorno prima.
Mi sentivo come la protagonista di una fiaba, che deve affrontare una prova difficile, che si complica ad ogni passaggio.
Il mio compito era quello di ramazzare foglie e detriti, di raccoglierli perché non siano d’ostacolo alla raccolta dei marroni e di ammassarli in maniera ordinata facendo attenzione a non ostacolare lo scorrere delle acque piovane. A dirlo sembra abbastanza facile…Non c’è solo la fatica del braccio che movimenta masse di materiale via via crescente; l’occhio e lo sguardo devono leggere pieghe e segni del terreno per individuare la direzione del moto e – soprattutto- il luogo dove disegnare con le “relle” le lineee lunghe e sottili o più spesse e massicce lungo le quali compattare i detriti.
Impercettibilmente la sottile inquietudine, la fatica, la stanchezza hanno lasciato il posto ad una grande pace.
Il pianoro mi parlava. Mi diceva che un poco alla volta, con lucidità e determinazione, si realizza il cambiamento. Mi incoraggiava ad impegnarmi per renderlo più pulito ed accogliente, sapendo che sarebbe stato per una breve stagione, ma che valeva la pena. Mi ricordava con voce dolce che devo morire e apprezzare ogni momento di vita. Mi invitava ad osservare tanti segni di durata e di trasformazione, di conflitti e di pacificazioni. Mi faceva sentire minuscola e gigantesca, affaticata e forte.
Nella mia mente si affacciavano ricordi di studi e di letture, immagini e fantasie. Soprattutto si acutizzava l‘ascolto di quanto vibrava intorno a me e le sue profonde risonanze.

LA FENICE

padre e figlio

La marroneta de La Fenice è diventata per me il luogo simbolo della rigenerazione e della fiducia nel futuro, anche nei momenti più difficili.
Conoscevo le marronete del nostro Appennino e mi erano sempre apparse luoghi incantati. Quando sono stata sindaca di Vicchio ho cominciato a capire meglio il valore non solo ambientale, ma sociale ed economico del marrone per territorio mugellano e ho cercato di promuoverlo.
È stata però l’esperienza diretta, maturata in questi ultimi anni, che mi ha consentito di coglierne lo staordinario potere per lo sviluppo della mia crescita personale e di autentica rigenerazione.
Ho trascorso molte giornate a lavorare con Andrea e Valentina. Ho faticato molto, anche in condizioni non facili: al caldo infastidita dai tafani o sotto la pioggia stando attenta a non scivolare in un ripido fosso. Ho vissuto anche momenti gioiosi, come quando il bosco regala funghi a volontà o quando si allarga il cuore alla vista di una bellezza nota che sorprende improvvisa o quando ho visto sorgere tutta per me una straordinaria luna piena in una notte d’agosto.
Anche grazie al lavoro fisico ho trovato un rapporto nuovo con il mio corpo, sempre presente a me. Ho ascoltato attraverso i piedi il contatto con la terra, ho guardato il divenire che il cielo racconta e assaporato il gusto dell’ equilibrio in movimenti insoliti…ho ritrovato lo sguardo limpido e l’orecchio sensibile che i lunghi anni di vita nelle stanze avevano appannato.
Grazie alla marroneta quindi per avermi offerto un’occasione di scoperta della vitalità del mio corpo, ma grazie soprattutto per le straordinarie lezioni che mi ha dato.
Imparare da anziana operazioni e gesti che mai avrei pensato di fare mi ha dato la soddisfazione di cimentarmi in campi nuovi e insieme mi ha consentito di trovare conferme concrete, fisiche, a tante idee appena sfiorate o maturate nel tempo.
La “lezione dell’ombra” che ho pubblicato in questo blog ne è un esempio: sapevo bene che lo spessore della vita ha bisogno di ombre; ma solo nella marroneta ho vissuto l’esperienza di toccare con tutti i sensi la relazione diretta, immediata, tra il primo raggio di sole e la comparsa delle ombre…e la vitalità, lo spessore, il movimento che acquista la scena: proprio quella che fa differenza tra incanto e realtà!
Le lezioni sono quotidiane e prima o poi forse le raccoglierò in maniera organica: accendere il fuoco in differenti condizioni, canalizzare l’energia verso l’alto tagliando i polloni, servirsi della forza di gravità per alleggerire la fatica, riconoscere il “selvatico” e il “domestico” (o “gentile”!), apprezzare le diversità e stabilire relazioni uniche, individuali,  anche con i gli alberi…
Confidare nella rigenerazione è però la lezione più importante e passa per l’accoglienza dei traumi e dei momenti più cupi.
La marroneta racconta storie terribili: alberi abbattuti dal fulmine e bruciati dal fuoco, rami stroncati dal vento, terre scoscese consumate dall’acqua fino a mostrare le ossa di pietra, parassiti arrivati da lontano che succhiano la linfa e trasformano rami rigogliosi in stecchi rinsecchiti; ma dice anche che nella perenne trasformazione c’è una straordinaria capacità di ricerca di nuovi equilibri, che l’humus prodotto dal disfacimento di quanto c’era prima diventa nutrimento per un domani che nessuno può dire che forma avrà, ma per il quale merita di lavorare fiduciosi.
Quest’anno il raccolto sarà drammatico: il cinipide (l’insetto venuto dalla Cina) ha minato la vitalità delle piante, la pioggia e l’estate spenta non hanno fatto gonfiare i pochi ricci attecchiti.
Eppure ogni giorno si va a prendersi cura del bosco, a tagliare le erbacce, a pulire i fossi, a riparare le stade: tocca a noi, oggi, testimoniare con atti concreti la fiducia nel futuro delle nostre montagne.

DOPO BUSINESS COACHING

introduzione-business-coaching Sono uscita dal corso di business coaching – tappa avanzata del percorso iniziato un anno e mezzo fa – con alcune convinzioni salde:

  • ho fatto bene a investire tempo e risorse nella scuola di coaching: Lapo e Stefania sono trainer che mobilitano le energie migliori e intorno a loro si sta formando un gran bel gruppo a marchio NLP Academy, nel quale mi sento parte attiva e al tempo stesso sostenuta;
  • ho le caratteristiche per essere un’ottima coach: so ascoltare e fare domande generative, ho la curiosità e l’entusiasmo che servono per stimolare il cambiamento, mi piace scrutare e scorgere in ogni persona i tratti unici da rispettare ed affermare;
  • è appassionante aggiungere vita ai giorni e per questo il bagaglio di esperienze, incontri, relazioni, errori e lezioni che ho raccolto nel tempo costituisce un tesoro prezioso di storie di vita da condividere, perché resti fecondo e si alimenti nello scambio;
  • so guardare la mia immagine di donna matura, scorgerne debolezze e fragilità da non nascondere perché suoni forte, autentica e incoraggiante ogni mia parola di fiducia nel domani;
  • posso propormi autorevolmente sul mercato e competere senza paura: mi motiva e mi sostiene la consapevolezza di offrire caratteristiche di qualità uniche, appetibili nonostante – anzi proprio per – il mio “non avere più l’età”….e forse è proprio questo che mi fa dialogare così bene con i più giovani!

…e siccome le convinzioni potenzianti sono una molla potente: sono fermamente decisa ad affrontare l’esame l’anno prossimo, dopo aver raccolto una ricca messe di casi di successo.

Il pomeriggio conosce cose che il mattino nemmeno sospettava
(proverbio svedese)

COME MI VESTO, OGGI?

 

So chi sono, so cosa voglio dagli incontri che ho in programma oggi e so che ho proposte valide da sostenere…ma sono incerta sul vestito da indossare e soprattutto sulle scarpe da mettere.

Ieri ho lavorato nella marroneta, piovigginava e mi ha fatto piacere ritrovare per difendermi dalla pioggia il kway verde lasciato lo scorso anno. I piedi erano sicuri e asciutti dentro gli scarponi.

Oggi mi attende un colloquio con una giovane interlocutrice che non conosco, ma che so affermata e con la quale mi piacerebbe attivare una collaborazione professionale.

Devo essere autentica, piacevole, professionale e sentirmi a mio agio.
So di valere, di aver maturato una grande expertise lavorando e mettendomi in discussione e proprio per questo non devo bleffare, ma offrire un’immagine accattivante e gradevole, nonostante lo scarto generazionale e i chili di troppo.

No al look serioso del tailleur con camicia, no ai pantaloni comodi e maglietta sportiva, scelgo un tubino di maglia stampato con una gradevole fantasia, nei toni di colore che amo e che mi donano….

Ma che scarpe mi metto? I piedi –ahimè- sono la mia nota dolente: sono sempre stati tozzi e con il collo largo, ma con l’età si sono ancora allargati, l’alluce valgo si piega sempre più, hanno bisogno di sentirsi accolti e sostenuti; ma non si può mettere il tubino elegante con le ciabatte della Mephisto, per belle che siano!
Provo varie soluzioni, andando a tirar fuori anche i sandali comodi ed eleganti acquistati da Gilardini per il matrimonio di Andrea: belli, sì, ma di un bianco che stona con i toni del vestito e soprattutto “troppo” eleganti!

La soluzione si presenta improvvisa, quasi per caso: da una scatola spuntano dei vecchi sandali leggerissimi: che con un gioco di nastri intrecciati legano il piede e al tempo stesso lo lasciano libero. Il caldo arancio della pelle ben si adatta ai colori del tubino.

Ricordo che li avevo comprati, tanti anni fa, proprio in un giorno di settembre, ad Assisi, dove ero salita in un pomeriggio libero dall’aula mentre ero a Perugia per un corso e…i piedi si erano piagati perché non sopportavano di tornare dentro le scarpe chiuse dopo l’estate.

Sono contenta: ho trovato una soluzione che mi si confà e mi sento sicura.

Anche un sandalo intrecciato con un tubino elegante può essere matura libertà.

BALENA AZZURRA A PORTNEUF

balena mia

Quel lungo crepuscolo in cui incontrai la balena azzurra è lontano nel tempo, ma torna presente se cerco dentro di me lo stato di una grande forza tranquilla.
Coordinavo un gruppo di “avventurosi viaggiatori” alla scoperta del Quebec e delle sue meraviglie naturalistiche.
Il giorno precedente avevamo attraversato l’estuario del San Lorenzo da Trois Pistoles a Escoumins. Una traversata di ore, pur se a bordo di un moderno traghetto. In quel tratto il San Lorenzo infatti si allarga all’abbraccio del mare e rende possibili presenze e incontri straordinari per la mescolanza delle acque dolci e salate.
Doveva essere una lunga e tranquilla tappa di trasferimento. Si trasformò nella più difficile del viaggio. Gli incidenti e i disguidi che avevano segnato la giornata culminarono con la perdita del contatto con una delle auto, a bordo della quale non c’era nessuno che conosceva l’indirizzo esatto della gite dove avevamo prenotato per la notte. Quando finalmente il gruppo si ricompattò la tensione, la stanchezza e l’irritabilità erano alle stelle. Tutti pronti ad incolpare gli altri per il malessere vissuto.
Approfittai del fatto che era prevista una sosta di due giorni dedicata ad escursioni a scelta per sbrigare una serie di formalità. Un’opportunità per regalarmi una giornata di silenzio e cura di me: il bucato, una camminata a piedi nel bosco, la raccolta dei mirtilli, due chiacchiere per conoscere un po’ più da vicino la realtà del piccolo centro e scoprire una meraviglia naturalistica sconosciuta ai più, il banco di Portneuf “fragile et précieux comme la liberté”, come recitava il piccolo opuscolo per visitatori.
Il giorno successivo ci aspettava uno degli eventi più attesi: l’escursione in battello da Tadoussac, località turistica famosa per essere la base per vedere da vicino le balene, che nel mese di luglio pascolano numerose in quella zona. Da brava coordinatrice mi ero documentata sugli orari e avevo prenotato i biglietti.
La proposta arrivò nel pomeriggio inoltrato: “Il nostro amico capitano esce al tramonto per portare una famiglia di turisti sul fiume a cercare la balena. C’è posto. Volete andare con lui?”
Avevamo conosciuto il capitano la mattina e – .da non credere! – era di poche parole e aveva una gamba di legno, proprio come il mitico Capitano Acab.
Accettai senza pensarci su, come la mia amica Titta, che come me si era regalata una giornata di sosta.
Di lì a poco eravamo sul piccolo imbarcadero dove ci aspettava non un battello, ma un grosso gommone piatto, con il quale, se avessimo avvistato la balena, sarebbe stato possibile avvicinarci senza paura di colpi allo scafo.
Indossammo i vistosi giubbotti salvagente gialli ed iniziò il lento perigrinare avanti e indietro (così mi pareva) sulle acque calme del San Lorenzo, mentre la luce piano piano diminuiva e l’aria si tingeva di rosa.
Il capitano scrutava l’orizzonte e i segni della sonda che gli indicava i movimenti sottomarini.
“La balena è imprevedibile- ci diceva- Non si muove verso una direzione precisa, ma va seguendo il cibo e i richiami che sa lei. Ora nuota a dritto, poi vira a destra o a sinistra, si immerge e sembra andare verso costa…e la vediamo riemergere al largo. Nessuno sa, quando scende, quanto a lungo resterà sottacqua. Ogni volta che usciamo per cercarla è un’avventura a sé e anche questa sera non sappiamo se potremo vederla e soprattutto avvicinarla!”
Quella fu una uscita particolarmente felice.
Più volte l’avevamo avvistata a distanza e il capitano aveva fatto manovra.
All’improvviso: “Eccola!”
Vicinissima a noi, scorgevo i segni sulla pelle della sua schiena che lentissima si incurvava. Il tempo era rallentato. Ricordo questa curva sinuosa che scorrreva scorreva scorreva…poi sprofondò dentro le acque ormai scure. Dove era passata non l’onda, ma un’acqua piatta, quasi immota se non per un pizzo bianco al bordo del velluto.
Nessuno scossone, nessuno squilibrio a bordo del gommone.
Una grande pace piena di meraviglia.
Il ritorno fu nel silenzio. I bimbi della famiglia canadese si erano addormentati, noi grandi non avevamo parole per commentare l’incontro.
Aspettammo a lungo vicino a riva, ondeggiando sul San Lorenzo, che la marea ci consentisse di attraccare.
Giganteschi camion pieni di luci intermittenti scorrevano sulla strada davanti a noi, simboli della potenza tecnologica. Noi fermi, affidati alla forza della natura che, al momento giusto, ci avrebbe accompagnati oltre il banco di sabbia “fragile e prezioso come la libertà”.
Ritornare a quell’incontro, a quel lungo crepuscolo, ancora oggi mi consente di accedere a quella forza, di sperimentare la pace dell’affidarsi, di sentirmi parte di quella pace, di quella forza…e di cercare di trasmetterla a chi oggi ne ha bisogno.

MarinaPortneuf_06-07-14

INNESTARE IL NUOVO

andrea innesta

Innestare il nuovo perchè avvenga la trasformazione che porti frutti migliori: questa è la lezione di primavera che la marroneta mi consegna.
Ho seguito ed osservato Andrea alle prese con i suoi primi innesti e, al solito, ho appreso qualcosa che va ben oltre l’evento contingente.
Il tema è quello di come cultura incontra e trasforma natura.
Si perde nella notte dei tempi il momento in cui qualcuno sperimentò la tecnica capace con un piccolo gesto di cambiare le caratteristiche selvatiche di un albero e renderlo domestico.
L’innesto è un’operazione chirurgica, il suo strumento è la lama tagliente e precisa.
Richiede le attenzioni di una sala operatoria, ma anche la conoscenza e la cura affettuosa di un vecchio amico sincero.
La mano deve essere ferma e sicura mentre impugna la sega che abbatte tutto quello che è cresciuto fino allora sopra e intorno la base scelta per l’intervento, mentre seziona e incide con la forbice e il coltello il frammento di marza con la gemma destinato ad essere inserito tra la corteccia e il legno, la dove scorre la linfa vitale.
Lo sguardo ha bisogno di essere acuto e insieme largo ed aperto: deve saper vedere differenze millimetriche e riconoscere da lontano “domestico” e “selvatico” su una stessa pianta.
Tutte le antenne della sensibilità sono necessarie per scegliere il giorno che le condizioni climatiche rendono migliore, per prevedere i rischi e mettere in atto le strategie di difesa.
L’operazione in sé è relativamente breve, ma la preparazione e la cura successiva richiedono lunghi tempi.
Vanno individuate e ripulite le basi su cui effettuare l’innesto: spesso cresciute dai polloni di un vecchio tronco o dalle radici di una base corrosa dal tempo, talvolta ricavate da un fusto di palina.
Allo spuntare delle prime gemme si tagliano le marze, giovani rami che hanno appena cominciato a legnificare, di solito nati da una drastica potatura dell’anno prima. Secchi tagli tra una gemma e l’altra definiscono poi i confini del legnetto da innesto: da una parte la gemma, dall’altra la linguetta ricavata con il coltello che sarà inserita nella base prescelta
Quando le condizioni climatiche sono favorevoli si procede all’innesto: si inseriscono uno o più legnetti gemmati tra la corteccia e il legno, si “suturano” i tagli con il mastice, si avvolge il tronco in una gabbia ricavata da grosse frasche legate strettamente in modo da svolgere la duplice funzione di contenimento e di protezione…e si aspetta.
Se tutto va bene si vedranno aprire le gemme, nascere nuove tenere foglioline, sviluppare il rametto che anno dopo anno crescerà fino a portare i suoi frutti.

Non sono diversi i processi che si mettono in atto quando il presente non ci gratifica abbastanza, non si vedono prospettive soddisfacenti per il futuro e si decide di attivare un percorso di cambiamento e arricchimento personale.
Occorrono solide radici da cui far salire e circolare la linfa: possono essere recenti o addirittura centenarie, l’importante è che sappiano cogliere il nutrimento che il terreno offre e trasformarlo in energia vitale.
Con le radici salde si può, si deve, avere la capacità di operare dei tagli che sfrondano e recidono quello che è vecchio o non funzionale e che produce frutti miseri, se non addirittura nocivi.
Il cambiamento si presenta giovane, con una storia recente… ma porta una gemma: promessa turgida e preziosa di futuri sviluppi. Si insinua fragile e sottile dove scorre sincera l’energia più vitale. Dapprima ha bisogno di protezione e di cura: si nutre, si rafforza, cresce. Produrrà nuovi frutti.

 

 

innesto

LA MIA LUCE NON MI FA PAURA

catalessi

Il percorso in PNL che ho intrapreso un anno fa con Lapo e Stefania mi ha dato tanto: ha arricchito la mia professionalità, consentendomi di affinare e integrare tante competenze che già avevo maturato nel tempo, mi ha consegnato tecniche e strumenti utili per migliorare la mia vita quotidiana e aiutare altri, mi ha regalato momenti di gioia e di allegria condivisa, mi ha consentito di incontrare persone e stringere relazioni autentiche, che hanno un grande valore in sé, indipendentemente da quanto potranno durare nel tempo…

Soprattutto mi ha insegnato che non devo aver paura della mia luce!

“Si, ebbene, si! Così, proprio così!” sono le parole che continuano a risuonare dentro di me con voce sincera e appassionata: hanno un timbro maschile o femminile, variano di volume e di intensità, si riferiscono ad esperienze che avrei ritenuto impossibili o mi incoraggiano a muovermi per raggiungere risultati desiderati ed ambiti; sempre mi incitano a osare di tirare fuori e manifestare quella energia e quel potenziale che già sono dentro di me.

Questo è il grande valore simbolico che va ben oltre l’esperienza in se stessa “impossibile” che ho vissuto con il corpo in catalessi, dritto come una tavoletta tra due sedie che lo sostenevano solo alle estremità.

Ero in uno stato di trance non molto profonda: ricordo benissimo la voce di Lapo che mi dava le istruzioni “Entra dentro di te….rilassati…senti il tuo corpo che diventa come l’acciaio…e ora, mantenendo questa sensazione, sentilo come se dei palloncini lo sollevassero…” e quella di Stefania che mi sottolineava i passaggi con suoni onomatopeici, mi incitava con il suo “Bene, così!” Intanto io percepivo con chiarezza i cambiamenti nel mio corpo: il compattarsi dei muscoli che allargava lo spazio tra la pelle e gli abiti, la lieve sollecitazione della mano di Lapo che muoveva verso l’alto la mia cintura, il farsi leggero delle mani che si staccavano dalla pancia, lo sfilare della sedia… forse si è affacciato alla mia mente anche un sorriso autoironico quando ho sentito che la rotondità adiposa della mia natica era di freno al bordo ricurvo della sedia; ma sapevo che “la cosa impossibile” era lì, si poteva fare…e che non sarei caduta!

Per questo quando poi mi sono alzata ho stretto Lapo in un abbraccio commosso, pieno di gioia e di gratitudine…anche per me stessa. Avevo saputo dar seguito al mio entusiasmo, quella voce di dentro che alla richiesta di chi voleva fare l’esperienza mi aveva fatto letteralmente saltare sulla sedia, alzando tutt’e due le braccia mentre affermavo risoluta “IO!”

Ricordo la frase di Eraclito che avevo inviato a Stefania all’inizio di questo percorso “chi non spera non troverà l’insperato: non v’è ricerca che vi conduca, né via”. Sabato scorso ho toccato l’insperato, che non sapevo cos’era: il coraggio di allargare le ali del desiderio ed esprimere un lampo della mia luce.
Lo so che con la luce prendono corpo le ombre; ma so anche che è nel dialogo tra luce ed ombre che si movimenta e acquista spessore la vita.

La Madonna della Candelora

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Una festa minore, quella della Candelora, ma che occupa un grande posto nei miei ricordi.
Alla periferia di Vicchio, ai margini dei campi pianeggianti vicino alla Sieve sorge la villa de La Madonna, una bella costruzione padronale affiancata da una cappella di famiglia. La posizione nel fondovalle assolato e poco battuto dal vento la rendeva una meta ideale per le passeggiate invernali.
Là tutti gli anni il 2 di febbraio si svolgeva la festa della Candelora. Ricordo che la maestra ci accompagnava in fila fin laggiù dove c’erano bancherelle che vendevano dolciumi e gruppi di uomini giocavano alla rulla, facendo rotolare lungo il sentiero una grossa forma di formaggio pecorino lanciata con la spinta di uno spago velocemente srotolato.
Era la prima uscita che preannunciava la fine dell’inverno ed era una gioia camminare all’aperto, anche se infagottate nei cappotti e con il naso che gocciolava.
Si tornava a casa con una candelina lunga e sottile nelle mani e con in bocca il sapore delle “scole”, una specie di pan di ramerino al profumo di anice dalla strana forma romboidale.

Della cerimonia religiosa e del significato della ricorrenza non ho memoria.

Forse avrei dimenticato anche la festa se qualche anno fa non avessi accompagnato mia madre in una passeggiata pomeridiana a prendere un po’ di sole. Erano i primi tempi della sua malattia, la SLA non era ancora conclamata e la mamma aveva solo bisogno di un braccio che la sostenesse nel suo incerto procedere.
Quel pomeriggio c’era un insolito movimento sullo stradello di Zufolana, in direzione de La Madonna: era prevista un’apertura straordinaria della cappella per celebrare la solennità con un rosario. Senza bisogno di parole capii che che ci saremmo andate anche noi.
Vissi così un’ora intensa di estraniata presenza: ero estranea a quel rito, non condividevo le preghiere e le giaculatorie che ascoltavo recitare con voci che mi suonavano monotone e distratte, non ero spinta né sostenuta da sentimenti di fede, eppure poche volte mi sono sentita così presente a me stessa e vicina alla mamma che, lei si, era sostenuta da una fede sincera e profonda.
È stato quello il momento in cui ho sentito che la distanza tra i nostri diversi essere donna era colmata, che eravamo madre e figlia, che lei era in me e ci sarebbe rimasta, così come io ero stata in lei e che questo non poteva esser cancellato dal mio autonomo andare nel mondo…e che un grande amore ci univa.
Con lei che recitava il rosario con sincera fede religiosa anche io recitavo la mia preghiera laica a questa grande madre che tutto accoglie e che tutto abbraccia, a cui anche io mi potevo affidare per sostenere ed essere sostenuta.
Gli anni successivi sono stati carichi di dolore, ma anche di straordinaria pienezza di vita e di amore.
Sulla tomba di mia madre c’è una ceramica dipinta che recita “Grazie alla vita, che mi ha dato tanto, che mi ha dato il riso, che mi ha dato il pianto” e raffigura il gesto accogliente della Madonna dipinta da Giotto nella “Presentazione al tempio”. La Madonna della Candelora, appunto.