IL PIANORO DELL’IMPERMANENZA

cielo autunnoIl chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare
Maria Zambrano

È in alto, ma non sulla vetta.
Si arriva con il fiato grosso, ma il respiro e lo spazio si aprono dopo la salita, anche se il pendio ti dice che non è ancora finita.
Giganti secolari lo abbracciano e tra le rocce attecchiscono giovani piantine, promessa di futuro.
Lo avevo individuato come il luogo in cui in un giorno (lontano…tanto lontano…) disperdere le mie ceneri.
Era allora – solo tre anni fa – molto diverso da come si presenta ora. Mi avevano colpito e affascinato gli alberi più imponenti ed antichi della marroneta, uno in particolare, che si sviluppava su tre tronchi giganteschi che partivano dalla stessa base.
Oggi non c’è più: abbattuto l’inverno scorso, a testimoniare la sua “storica” presenza restano solo alcune grosse cataste di legna.
Ieri mattina ho lavorato a lungo sul pianoro. Il cielo era grigio. Soffiava un forte vento che disperdeva in turbini le foglie che pazientemente raccoglievo con il rastrello. Ero stanca: la notte non avevo dormito bene, preoccupata per l’annunciato temporale e affaticata dal lavoro sotto la pioggerellina battente del giorno prima.
Mi sentivo come la protagonista di una fiaba, che deve affrontare una prova difficile, che si complica ad ogni passaggio.
Il mio compito era quello di ramazzare foglie e detriti, di raccoglierli perché non siano d’ostacolo alla raccolta dei marroni e di ammassarli in maniera ordinata facendo attenzione a non ostacolare lo scorrere delle acque piovane. A dirlo sembra abbastanza facile…Non c’è solo la fatica del braccio che movimenta masse di materiale via via crescente; l’occhio e lo sguardo devono leggere pieghe e segni del terreno per individuare la direzione del moto e – soprattutto- il luogo dove disegnare con le “relle” le lineee lunghe e sottili o più spesse e massicce lungo le quali compattare i detriti.
Impercettibilmente la sottile inquietudine, la fatica, la stanchezza hanno lasciato il posto ad una grande pace.
Il pianoro mi parlava. Mi diceva che un poco alla volta, con lucidità e determinazione, si realizza il cambiamento. Mi incoraggiava ad impegnarmi per renderlo più pulito ed accogliente, sapendo che sarebbe stato per una breve stagione, ma che valeva la pena. Mi ricordava con voce dolce che devo morire e apprezzare ogni momento di vita. Mi invitava ad osservare tanti segni di durata e di trasformazione, di conflitti e di pacificazioni. Mi faceva sentire minuscola e gigantesca, affaticata e forte.
Nella mia mente si affacciavano ricordi di studi e di letture, immagini e fantasie. Soprattutto si acutizzava l‘ascolto di quanto vibrava intorno a me e le sue profonde risonanze.

LA FENICE

padre e figlio

La marroneta de La Fenice è diventata per me il luogo simbolo della rigenerazione e della fiducia nel futuro, anche nei momenti più difficili.
Conoscevo le marronete del nostro Appennino e mi erano sempre apparse luoghi incantati. Quando sono stata sindaca di Vicchio ho cominciato a capire meglio il valore non solo ambientale, ma sociale ed economico del marrone per territorio mugellano e ho cercato di promuoverlo.
È stata però l’esperienza diretta, maturata in questi ultimi anni, che mi ha consentito di coglierne lo staordinario potere per lo sviluppo della mia crescita personale e di autentica rigenerazione.
Ho trascorso molte giornate a lavorare con Andrea e Valentina. Ho faticato molto, anche in condizioni non facili: al caldo infastidita dai tafani o sotto la pioggia stando attenta a non scivolare in un ripido fosso. Ho vissuto anche momenti gioiosi, come quando il bosco regala funghi a volontà o quando si allarga il cuore alla vista di una bellezza nota che sorprende improvvisa o quando ho visto sorgere tutta per me una straordinaria luna piena in una notte d’agosto.
Anche grazie al lavoro fisico ho trovato un rapporto nuovo con il mio corpo, sempre presente a me. Ho ascoltato attraverso i piedi il contatto con la terra, ho guardato il divenire che il cielo racconta e assaporato il gusto dell’ equilibrio in movimenti insoliti…ho ritrovato lo sguardo limpido e l’orecchio sensibile che i lunghi anni di vita nelle stanze avevano appannato.
Grazie alla marroneta quindi per avermi offerto un’occasione di scoperta della vitalità del mio corpo, ma grazie soprattutto per le straordinarie lezioni che mi ha dato.
Imparare da anziana operazioni e gesti che mai avrei pensato di fare mi ha dato la soddisfazione di cimentarmi in campi nuovi e insieme mi ha consentito di trovare conferme concrete, fisiche, a tante idee appena sfiorate o maturate nel tempo.
La “lezione dell’ombra” che ho pubblicato in questo blog ne è un esempio: sapevo bene che lo spessore della vita ha bisogno di ombre; ma solo nella marroneta ho vissuto l’esperienza di toccare con tutti i sensi la relazione diretta, immediata, tra il primo raggio di sole e la comparsa delle ombre…e la vitalità, lo spessore, il movimento che acquista la scena: proprio quella che fa differenza tra incanto e realtà!
Le lezioni sono quotidiane e prima o poi forse le raccoglierò in maniera organica: accendere il fuoco in differenti condizioni, canalizzare l’energia verso l’alto tagliando i polloni, servirsi della forza di gravità per alleggerire la fatica, riconoscere il “selvatico” e il “domestico” (o “gentile”!), apprezzare le diversità e stabilire relazioni uniche, individuali,  anche con i gli alberi…
Confidare nella rigenerazione è però la lezione più importante e passa per l’accoglienza dei traumi e dei momenti più cupi.
La marroneta racconta storie terribili: alberi abbattuti dal fulmine e bruciati dal fuoco, rami stroncati dal vento, terre scoscese consumate dall’acqua fino a mostrare le ossa di pietra, parassiti arrivati da lontano che succhiano la linfa e trasformano rami rigogliosi in stecchi rinsecchiti; ma dice anche che nella perenne trasformazione c’è una straordinaria capacità di ricerca di nuovi equilibri, che l’humus prodotto dal disfacimento di quanto c’era prima diventa nutrimento per un domani che nessuno può dire che forma avrà, ma per il quale merita di lavorare fiduciosi.
Quest’anno il raccolto sarà drammatico: il cinipide (l’insetto venuto dalla Cina) ha minato la vitalità delle piante, la pioggia e l’estate spenta non hanno fatto gonfiare i pochi ricci attecchiti.
Eppure ogni giorno si va a prendersi cura del bosco, a tagliare le erbacce, a pulire i fossi, a riparare le stade: tocca a noi, oggi, testimoniare con atti concreti la fiducia nel futuro delle nostre montagne.