Giovani e memoria

lapide martiri campo marte

La memoria dei giovani è corta.
Quando ancor lungo la speme e breve ha la memoria il corso, scriveva Leopardi.
Mi chiedo se è ancora vero che per loro il corso della speranza è lungo o se la disillusione ha già preso il suo posto, prima ancora di averne assaporato il gusto.
“La memoria genera speranza” è stata la frase che ho utilizzato in contesti e per finalità diverse in questi ultimi anni. Certamente è vero per chi come me ha vissuto le stagioni della speranza e sa che ciclicamente gli orizzonti si aprono o si imparano le lezioni della storia o si recupera l‘entusiasmo di un tempo per il semplice fatto di riviverlo nella mente.
Per chi è giovane non è così.
Resta però la capacità di riconoscersi in altri giovani, in altre storie e di sentire proprie le loro speranze.
È la lezione grande che ho appreso dalle celebrazioni in memoria dei martiri di Campo di Marte, quando ogni 22 marzo, da sindaca di Vicchio, partecipavo alla manifestazione allo stadio e ad assistere c’erano le scolaresche del quartiere, insieme a vecchi sopravvissuti della Resistenza.
I martiri di Campo Marte sono 5 giovani la cui vita si è interrotta a 21 anni.
Ragazzi di campagna, strappati dalle loro case nelle campagne di Vicchio, processati e fucilati perchè “renitenti alla leva”, colpevoli cioè di non essersi arruolati nella Repubblica di Salò. Tra loro c’era anche un ragazzo sardo, di Maracalagonis, militare di stanza a Vicchio quando fu siglato l’armistizio dell’8 settembre e che dopo lo sbando aveva trovato ospitalità nella famiglia dove c’era l’amico e coetaneo che con lui sarebbe stato ucciso.
I loro nomi: Antonio Raddi, Leandro Corona, Ottorino Quiti, Adriano Santoni, Guido Targetti.
L’esecuzione, che avvenne là dove c’è lo stadio di Firenze, fu una “cerimonia” spettacolare e macabra: erano stato forzati ad assistervi le reclute e altri giovani prelevati dalle caserme e dalle carceri, perchè imparassero la lezione.
Le cronache e le testimonianze di chi fu presente a quel fatto sono sconvolgenti, tanta fu la barbarie esibita. Tra i presenti lo sgomento fu terribile. Ci fu chi svenne. Ci fu anche – e furono i più -chi ebbe da questi fatti la spinta decisiva per unirsi ai partigiani.
Il 25 aprile del 2008, all’altare della Patria, per la festa della Liberazione, i cinque martiri sono stati insigniti della Medaglia d’oro al Valor civile. La medaglia di Ottorino Quiti, di cui non sopravvivono parenti diretti, è stata consegnata a me, allora sindaco di Vicchio.
La responsabilità di riceverla è stata enorme e subito ho sentito che dovevo fare qualcosa perchè proprio perchè non c’è un erede di Ottorino, ci sono tanti eredi.
Sono andata nel pomeriggio di quel 25 aprile alla festa dove sapevo di trovare molti giovani: volevo che sentissero che quella medaglia non è un cimelio, ma un simbolo di cui appropriarsi perchè la memoria di quei ragazzi resista al tempo.
La lapide con i loro nomi è allo stadio, sotto la curva di Maratona, in un angolo di città frequentato da atleti, vibrante dei cori degli sportivi, animato dai concerti rock: un luogo di giovani, dove la loro gioventù è stata spenta i primi giorni di una primavera lontana.
Un luogo da dove loro, meglio di chiunque altro, possono parlare ai giovani di oggi e a mandare un messaggio di impegno e di speranza.

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